Egitto Terra del Mistero I - Sapienza misterica

Sapienza Misterica
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Egitto Terra del Mistero I

Egitto Misterico
L’EREDITÀ ANTIDILUVIANA

<> MYTHOS <> I RE DIVINI <> LA CONQUISTA DELL’IMMORTALITÀ <> L’INIZIAZIONE EGIZIA <> I PRINCIPI COSTITUTIVI DELL’UOMO SECONDO LA TRADIZIONE EGIZIA <> I MISTERI DI ISIDE <> I MISTERI DI SERAPIDE <> I MISTERI DI OSIRIDE <> I NUMERI DEL MITO DI OSIRIDE <> SAPIENZA MISTERICA <> L’ORIGINE DEI MISTERI <> LA CASA DELLA VITA - PER ANKH <> UNA SCIENZA IGNOTA <> STRUMENTI NON SOLO SACRI MA DI POTERE <> URAEUS <> TAU <> ANKH <> DJED <> OUAS – WAS <> L’UNIONE DEI TRE SIMBOLI OUAS, DJED, ANKH <> LE CORONE DEL NETER-RE <> IL GUARDIANO DEL SEGRETO DELL’ARCA <> L’ARCA D’ORO DI RA <> IL TRONO DEL RE <> L’ENIGMA DELLA BATTAGLIA DI KADESH <> LE TROMBE DI TUT-ANKH-AMON <> LA FIAMMA CHE NON BRUCIA <>
MYTHOS

Si dice che la memoria degli antichi periodi è custodita nei reperti archeologici più o meno distrutti occultati e sepolti, e purtroppo altre volte intenzionalmente distrutti, ma è altrettanto vero che è custodita da quegli scritti tradizionali che sono noti con il nome di miti.
Il termine Mythos è greco e significa “parola”, “sentenza”, “annuncio”, quindi racconto o storia. Nel pensiero moderno la parola mito ha acquisito un significato diverso da quello attribuito dagli antichi, semplicemente leggenda, favola. Se ne facciano una ragione i moderni eruditi, ma tutte le cosiddette favole antiche iniziano come le parole “c’era una volta”, che non significa “quella sola volta”, ma “una volta per tutte”. Quelle parole significano all’Inizio, al Principio, ed esotericamente “nel Principio”. I miti non sono appannaggio esclusivo di un popolo, perché rappresentano Principi universali, Idee, non sono dei concetti mentali o psicologici, perché sono il fondamento di tutto ciò che esiste, un esempio di racconto mitico è Grande Enneade di Eliopoli.
Il mito è la più perfetta approssimazione della verità assoluta esprimibile con parole[1].
“il mito è storia camuffata” (Eufemo 4° sec. A. C.)
“I nostri antenati delle epoche remote hanno trasmesso ai posteri la loro tradizione sotto forma di mito” (Aristotele).
Per Esiodo, e per gli antichi, i racconti mitici erano storia narrata in modo che potesse essere impressa in modo indelebile nella psiche degli uomini, coinvolgendoli emotivamente e mentalmente. La mitologia ha governato e influenzato ogni società antica presente su questo pianeta, costituiva la più antica espressione culturale del mondo, in ogni mito erano contenute delle verità eterne tramandate oralmente per lunghi secoli, che hanno contribuito a plasmare la coscienza dell’unità spirituale di qualsiasi popolo. I racconti mitici di Esiodo, la Teogonia per intenderci, erano per i Greci fatti storici, raccontati con un linguaggio volutamente allegorico e velato. Per gli antichi Greci, la parola mithos aveva un significato ben preciso e diverso da quello attualmente attribuitole: narrazioni di eventi realmente accaduti nel passato più antico, così tremendi e incredibili da essere meritevoli di venire tramandati per secoli oralmente in ogni piccolo particolare. Per Mircea Eliade, il mito era una storia sacra. Aveva la funzione di sacralizzare le origini di un popolo, tramandare la memoria di accadimenti e di personaggi che perdevano poco a poco la loro umanità per diventare leggenda: Dèi, Titani, Eroi. Dietro il mito si nascondono realtà più grandi … è ora che la finiamo d’identificare il mito con l’invenzione.
“ Il Mito è un’immagine spezzata della Verità, come l’arcobaleno è il riflesso della luce del sole, i cui raggi si infrangono nella nuvola. Ma da questo specchio infranto, si possono raccogliere i pezzi e così ricostruirlo.”[2]
Per ritrovare la chiave segreta di lettura del mito, dobbiamo riacquistare l’antica memoria, e per far questo, dobbiamo abbeverarci alla Fonte[3] della Memoria perduta o di Mnemosine, come affermavano i seguaci di Orfeo, custodi dell’antica sapienza. Sono passati molti secoli da quando i racconti mitici facevano parte integrante delle religioni di popoli ormai scomparsi e la polvere del tempo ha coperto i segreti del Tempio. Per riscoprire il significato delle antiche storie occorre far riferimento al linguaggio mitico, basato sui simboli geometrici e numerici e sull’allegoria. Il significato astronomico[4] degli antichi miti è stato egregiamente studiato da due grandi professori universitari di Storia della Scienza, Giorgio de Santillana ed Hertha von Dechend, che sostengono di aver riscoperto un antico linguaggio cifrato, codificato nei racconti mitici, più antico di migliaia e migliaia d’anni delle più antiche civiltà umane studiate sui libri di storia. Anche quando il codice sarà stato decifrato e le tecniche ci saranno note, non potremmo pretendere di misurare il pensiero di quei nostri lontani antenati, avviluppato com’è nei suoi simboli … perché le menti creative che li idearono sono svanite per sempre.[5]
Plutarco in “De Iside et Osiride” narra che: “La nave che i Greci chiamano Argo viene considerata come immagine della nave di Osiride, e posta fra le costellazioni in suo onore. Il suo percorso è poco distante da quello di Orione e da quello del Cane, che gli Egiziani ritengono rispettivamente sacri a Horos e a Iside”.
Gli accademici dogmatici, in genere, preferiscono ignorare e negare sistematicamente tutto ciò che intacca il loro dogma, il loro pregiudizio scientifico, la loro ragione di esistere, quali custodi della memoria di piccola una porzione di storia dell’umanità.


[1] Ananda K. Coomaraswami, Induismo e Buddismo, cap. 1.
[2] Plutarco, Lettura dei Poeti, X.
[3] La fonte è simbolo di conoscenza, il ricordo di qualcosa che si era conosciuto e poi dimenticato, nel nostro caso le origini dell’umanità.
[4] Il linguaggio sacro ha sette gradi di interpretazione, di cui il riferimento astronomico è solo uno di essi, come verrà spiegato in seguito.
[5] G. de Santillana – H. von Dechend, Il Mulino di Amleto, p. 58, Adelphi. Il Mulino di Amleto, l’opera dei due studiosi citati, è il resoconto fatto attraverso i racconti mitici, visti come autentici, seppur velati, libri di storia, che narrano di tragedie e catastrofi planetarie, risalenti ad un periodo preistorico.
I RE DIVINI

 
I Testi delle Piramidi narrano che la barca di milioni di anni del Dio Sole naviga nello spazio interstellare. L’Egitto e la Mesopotamia contemplano i propri Re Divini scesi dal cielo per governare la Terra nel così detto Primo Tempo. Non solo Erodoto, il “padre della storia”, ci parla delle meravigliose Dinastie di Dèi che precedettero il regno dei mortali, seguite da Semidèi, Eroi ed infine uomini: l’intera serie degli autori classici lo sostiene. Diodoro, Eratostene, Platone, Manetone, ecc. ripetono la stessa storia, senza mai variare l’ordine dei fatti.  
 
Ad Abido si trova il tempio di Seti I (1306, 1290 a.C.) conosciuto con il nome di “Casa di milioni di anni” dedicato ad Osiride. “Re dell’eternità e Signore dell’immortalità”. Secondo la leggenda, in questo luogo sacro, Iside trovò la testa del suo sposo, il più importante dei 14 pezzi del corpo di Osiride smembrato dall’oscuro Seth signore del deserto e fratello di Osiride. Il ritrovamento della testa di Osiride ad Abido suggerisce che da questo importante luogo dobbiamo iniziare la ricerca storica e misterica dell’Egitto.
 
Prima del dominio dei faraoni e dell’unificazione dell’Alto e Basso Egitto, prima ancora della dinastia zero, e del Regno predinastico, gli Dèi, i Neter (Neteru), governavano le antiche terre d’Egitto durante lo “Zep Tepi”, noto anche come “il primo tempo“. Questo tempo è considerato dagli egittologi un’invenzione una mitica, cioè una favola.
 
Nel secondo libro di Berosso è narrata la storia dei Dieci Re caldei fino al tempo del diluvio. La durata complessiva fu di 120 saros, cioè 432.000 anni, cifra che coincide con quella dei calcoli brahamanici del Kali Yuga, in realtà afferma H.P. Blavatsky, la cifra è stata modificata in quanto il periodo esatto è quello di un Maha Yuga, cioè 4.320.000 anni.
 
Le Dinastie caldee regnarono per 120  Saros di 3.600 anni ciascuna: 120x3.600 = 432.000 anni. Un saros è uguale a 6 neros di seicento ciascuno, in totale di 3.600 anni. I Caldei basavano i loro calcoli sul numero 60, il soss, il Saros è uguale a 60x60 = 3.600 anni. Moltiplicando il Saros per 60 si ottiene il Grande Saros di 216.000 anni raddoppiandolo si ottiene il periodo di 432.000 anni. Il Grande Anno precessionale dei Greci, l’Anno Platonico, è composto di 25.920 anni, che diviso per 60, il numero del Coccodrillo Solare[1] che traina il Vascello di Osiride, fornisce: 25.920/60 = 432. La cifra 432.000[2] che caratterizza un Eone, si ritrova anche nell’Edda dei Germani, e fra gli Indù negli Yuga.
 
La tradizione ebraica attraverso il libro della Genesi, conteggia Dieci Patriarchi fra la creazione di Adamo e l’epoca del Diluvio di Noè. I Tanaim[3] Ebrei chiamavano sette giorni, una settimana e contemporaneamente intendevano settimane di anni, cioè 7x360 = 2.520 anni; inoltre avevano una settimana sabbatica, un anno sabbatico, il sabbath durava 24 ore o 24.000 anni nei calcoli segreti del Sod.
 
Grazie al genio di Champollion abbiamo la tavola sincronica di Abido, che ha reso giustizia alla buona fede dei sacerdoti dell’Egitto (di Manetone soprattutto, non creduto e deriso ancora oggi) e di Tolomeo.  Il “Papiro di Torino”, il più importante di tutti è un documento risalente alla XIX dinastia egizia, scritto in ieratico – una scrittura geroglifica egiziana – durante il regno di Rammeses II (1290 a.C. – 1224 a.C.), fu esaminato e studiato attentamente da Champollion, Seiffarth e Giulio Farina. In questo papiro si leggono ben novanta nomi tra cui i primi Dieci “Neter” o Neteru, gli Dei Primordiali cioè le divinità principali del Pantheon egizio, che regnarono come Faraoni in un paesaggio lussureggiante, dall’aspetto diametralmente opposto all’attuale landa arida e deserta. Insieme ai loro nomi, sono indicati anche gli anni di regno di ciascuno, talvolta anche con i mesi e i giorni. Segue l’elenco dei sovrani, dall’unificazione dell’Alto e Basso Egitto fino al momento della compilazione (durante la XIX dinastia) del papiro. Il riepilogo finale del documento menziona il regno dei “venerabili” Shemsu-Hor, della durata di 13.420 anni, mentre attribuisce 23.200 anni ai regni precedenti gli Shemsu, per un totale di 36.620 anni. Dopodiché inizia ufficialmente il periodo dinastico introdotto dal sovrano Meni/Menes.
 
Il termine seguaci o servitori di Horus, o Shemsu Hor o Schesoo-Hor (il loro simbolo era il falco), è stato coniato dal ricercatore e filosofo Schwaller de Lubicz (1887-1961). Erano indubbiamente persone potenti e illuminate che mantennero in vita la conoscenza dell’antica religione egiziana astronomica per migliaia di anni[4]. I “servitori di Horus”, erano i popoli che si erano stabiliti in Egitto; e, come afferma G. Maspero, è a questa “razza preistorica” che spetta l’onore di aver costruito l’Egitto, quale noi lo conosciamo, fin dall’inizio del periodo storico.  E Staniland Wake aggiunge: Essi fondarono le principali città dell’Egitto, e vi eressero i santuari più importanti.[5]  Essi possedevano la forma di scrittura geroglifica propria degli egiziani e dovevano essere già notevolmente avanzati nella civiltà. Sebbene si sappia poco di questi misteriosi esseri sappiamo che gli Shemsu Hor hanno ristabilito, mantenuto e ricostruito templi e fondato luoghi sacri che un tempo erano stati luoghi popolosi e città dei Re Divini originali.
 
I Re Divini regnarono sulla terra d’Egitto secondo il sacerdote egizio Manetho. La cronologia (tavole sincroniche) fornita da Manetho o Manetone, riporta un elenco di dinastie che dai Faraoni si estendono al tempo degli Eroi fino a quello degli Dèi. Così anche a Geb, Osiride, Seth, Horus, Thoth, è assegnato un periodo di più secoli. Queste tavole sincroniche, secondo Bunsen[6] sono state mutilate da Eusebio di Cesarea e perciò su di essa non si può fare affidamento. Le cosiddette tavole sincroniche, non sono mai arrivate integre più in là di Manetone, sono state sistematicamente distrutte. La cronologia delle Dinastie e dei Re Divini, come quella dell’età dell’umanità, è sempre rimasta nelle mani dei sacerdoti, restando segreta per le moltitudini profane. Le cronologie pervenute dai dai vari frammenti, che i nostri egittologi considerano fantastiche perchè antidiluviane, sono copie parziali di cronologie più antiche, custodite nei sotteranei dei templi.
 
Erodoto descrive un labirinto costruito presso il lago di Meri, vicino alla città dei coccodrilli sacri (permutazioni dei serpenti sacri), considerato come una delle sette meraviglie del mondo: Il labirinto era formato da 12 cortili coperti con le porte opposte fra loro. Il labirinto si svolge su due piani, ciascuno dei quali ha 1.500 stanze, 3.000 in tutto. Le stanze erano collegate fra loro attraverso complicati passaggi e rigiri attraverso i cortili. Le coperture erano di pietra al pari delle pareti e queste erano coperte di figure scolpite, e ogni cortile era circondato da colonne di pietra bianca. Accanto all’angolo terminale del labirinto si trova una piramide di 40 orgie. Secondo lo storico greco Strabone la costruzione del labirinto è opera quasi uguale alle piramidi. Ad Erodoto non vennero fatte vedere le stanze inferiori, perché lì erano le tombe degli antichi Re e dei coccodrilli sacri. Poiché gli Iniziati si chiamavano Serpenti[7], forse le tombe custodite gelosamente erano quelle di Iniziati a cui veniva dato il nome di coccodrilli Sacri. Oltre al soprannome di serpenti, essi avevano anche quello di costruttori e architetti, e la grandezza e la magnificenza dei loro templi e monumenti dovuta a precisi calcoli matematici, sfidava il tempo.
 
Anche il sacerdote egizio Manetone scrisse del Labirinto in un’opera andata perduta “Aiguptiaka”, storia dell'Egitto attinta agli archivi sacri che dedicò a Tolomeo II. Le notizie attribuite a questo sacerdote sono da prendere con prudenza perché passarono attraverso le mani di Giulio Sesto Africano ed Eusebio, che commentarono la sua opera storica dopo molti secoli e in piena Era cristiana.
 
Antonio Crasto nel suo studio “Il labirinto in Egitto” ipotizza dove potrebbe trovarsi il Labirinto descritto da Erodoto e il lago artificiale di Meri.
 
“L’esattezza delle informazioni di Erodoto è dovuta d’altra parte al fatto che egli visitò l’Egitto solamente dopo circa duecento anni, in un periodo in cui le popolazioni greche avevano avuto la possibilità d’instaurare rapporti commerciali con l’Egitto, per contraccambiare l’appoggio militare dato a Psammetico I dagli Ioni e dai Cari per l’unificazione dell’Egitto. È quindi molto probabile che Erodoto abbia effettivamente visto il lago Meri e visitato il Labirinto, ancora in eccellenti condizioni, che abbia avuto dai sacerdoti egizi e dai suoi corregionali informazioni molto precise e che quindi difficilmente possa essersi sbagliato sia nel definire le dimensioni del lago e del tempio sia nel definirne i costruttori sia ancora nel riportare il loro posizionamento a nord-ovest di Menfi. Nell’eventualità che il grandissimo lago di Meri sia stato realizzato nella grande depressione di nord ovest, costituita secondo Erodoto da un antichissimo golfo marino, il posizionamento del tempio potrebbe essere individuato a nord-est della depressione di Qattara. Conclusione, a mio  (Antonio Crasto) parere bisogna, pertanto, rivalutare quanto dicono Erodoto e gli altri storici classici e considerare che essi asseriscono che: - il lago era raggiungibile da Menfi andando verso nord; - per raggiungere il lago bisognava costeggiare il versante settentrionale delle montagne poste a nord di Menfi; - l’inizio del lago, dove molto probabilmente era stato edificato il Labirinto, si trovava a circa 115 km da Menfi; - il lago avrebbe avuto, nel caso fosse considerato circolare, un raggio di circa 110 km e un’estensione di circa 38.000 kmq; - il lago si trovava verso la Libia e le coste libiche della Sirte”.
 
Il Labirinto, almeno la parte sotterranea doveva essere antichissimo perché lì si trovavano le tombe degli antichi Re e la loro storia incisa sulle pareti e sulle colonne. Molti autori pensano che il Labirinto di Meride, costruito in Egitto ad Hawara presso il lago di Meride nel Fayyum, possa corrispondere alle descrizioni trasmesse dagli autori antichi. Scoperto nel 1888 dall’archeologo Flinders Petrie , della struttura originaria purtroppo ci sono pervenute solo poche rovine e frammenti di colonne in granito. Vi sono molti dubbi che questo possa essere il Labirinto sacro descritto da Erodoto, io escludo questa ipotesi.
 
Cosa è accaduto al Labirinto e ad altri momumenti apparentemete scomparsi? Il Labirinto con i suoi segreti che non potevano essere profanati, non si poteva distruggere facilmente, e così non sappiamo come è stato ricoperto dalle sabbie del deserto.
 
Un celebre scritto  fa dire a Ermete Trismegisto (Thoth): “Non sai Asceplio che l’Egitto è un’immagine del Cielo?  … Ci sarà un momento in cui sarà stato invano che gli egiziani abbiano onorato la divinità con sincera pietà e servizio e tutto il nostro culto sacro sarà inutile e inefficace. Gli Dèi viaggiatori dello spazio torneranno dalla Terra al Cielo, l’Egitto sarà abbandonato e la terra che un tempo era la casa della religione rimarrà desolata, priva della presenza delle sue divinità … il folle sarà ritenuto un uomo coraggioso e il malvagio sarà stimato come buono. Per quanto riguarda l’anima e la convinzione che è immortale per natura o può sperare di raggiungere l’immortalità, come vi ho insegnato, di tutto ciò si faranno beffe e addirittura si persuaderanno che è falso ”.
 
L’egizio Manetone o Manetho (III sec. a.C.), era un sacerdote, al tempo dei sovrani Tolomei. Egli era custode degli archivi sacri del tempio di Eliopoli, e ci ha lasciato un resoconto della storia egiziana, purtroppo andato distrutto da mani fanatiche, attinto dalle incisioni che comparivano sulle colonne dei templi e dei sotterranei segreti vicino a Tebe. Eusebio (265-340 d.C.) scrive che Manetone aveva studiato la storia sulle iscrizioni che Thoth[8] aveva inciso sulle colonne dei templi. Dopo il diluvio, Agatodaemon, secondo figlio di Thoth, tradusse queste iscrizioni su dei rotoli che in seguito furono depositati nei sotterranei. Nel I secolo a.C. Eliopoli, una delle più antiche città dell'antico Egitto, occupata dal periodo predinastico non era più un centro fiorente. Quando Strabone, geografo, filosofo e storico greco visitò questa antica e magnifica città, trovò i templi deserti e la città stessa quasi disabitata, sebbene i sacerdoti fossero ancora presenti.
 
Gli autori Giuseppe Flavio, Sesto Giulio Africano, ed Eusebio di Cesarea ci hanno tramandato preziosi frammenti della “Storia” di Manetone. Eusebio, citando Manetone, dà inizio alla civiltà egizia ben nel 30.544 a.C., una data molto remota rispetto alla cronologia a cui siamo abituati comunemente a pensare, e la sua nascita viene fatta risalire a Sette grandi e potenti Dèi, i “Neter”: Ptah, Ra, Shu, Geb, Osiride, Seth e Horus, che regnarono complessivamente per 13.900 anni.
 
Teofilo, patriarca di Antiochia, cita un’opera di Apollonide soprannominato Orapio, intitolata Libro divino, in cui si dava la biografia segreta di tutti gli dèi dell’Egitto; Ammiano Marcellino parla di un’opera segreta in cui era indicata l’epoca precisa del bue Api, una chiave per molti misteri del calcolo ciclico. Che cosa è avvenuto di tutti questi libri, e chi conosce i tesori di sapere che possono avere contenuto? Noi conosciamo di certo una cosa sola, e cioè che i vandali pagani e cristiani e mussulmani distrussero questi tesori letterari dovunque poterono trovarli; e che l’imperatore Alessandro Severo percorse tutto l’Egitto per raccogliere i libri sacri di misticismo e di mitologia saccheggiando ogni tempio.
 
Erodoto narra una storia che apparentemente non c’entra nulla con i Re Divini, egli parla dei tre sovrani che fecero costruire le tre piramidi maggiori. Per odio, scrive Erodoto, questi Re Cheope e Chefren, gli Egiziani, non vogliono nemmeno nominarli, anzi anche le piramidi le chiamano del pastore Filizio che in quel periodo pascolava i greggi in quei luoghi. La menzione del pastore Filizio (Philitio), che ha nutrito i suoi greggi del luogo in cui è stata costruita la grande piramide, è una caratteristica singolare della narrazione di Erodoto. Philitio, qui usato come un nome proprio, è una parola greca (фιλίτιο) che potrebbe significare festa d’amore, riunione amorevole.
 
Ad Eleusi[9], in Grecia, l’Iniziatore Supremo era chiamato il Buon Pastore, e la dimora degli Iniziati, l’Ovile.
 
Platone nel IV Libro delle Leggi scrive: “Nell’Età dell’Oro, molto prima che l’uomo costruisse le sue città regnava la felicità, Saturno non permetteva ad alcun uomo di governare altri uomini e causare ingiustizie.  Il Dio usò per governarci gli stessi metodi che noi usiamo con i nostri greggi. A capo di un gregge non si mette un agnello, un ariete, ma un Pastore, un Essere appartenente a una specie diversa da loro di natura superiore”. Saturno a capo del gregge umano fu il prototipo del Buon Pastore. I Pastori successivi a detta di Platone erano possenti geni (daimones) di natura più divina dell’uomo, erano degli Dèi e Semi-Dèi che si erano incarnati in corpi umani. Nel Cristianesimo, Gesù è raffigurato come il Buon Pastore che governa un gregge[10] di cento pecore, che si cura della pecora smarrita.
 
Platone narra nel “Politico” che l’uomo in quei secoli preistorici ebbe per governanti gli stessi Dei. Questi Dei assumevano la funzione del Buon Pastore per il gregge umano, nel rapporto nel quale l’uomo stesso può essere pastore di creature inferiori (pecore, capre e simili). A tale scopo gli Dei si divisero tutta la terra e questo fu l’inizio delle Dinastie Divine di cui parlano le storie degli egiziani e di altri popoli. Il Re Pastore di Atlantide è Poseidone e da lui anche gli uomini che dettero origine alla dinastia atlantica. Platone riporta nel Timeo un discorso di Atlantide fatto a Solone dai sacerdoti Egizi di Sais.
 
Nel Libro dei Morti, il Dio Thoth, viene descritto come un Istruttore, un Re-divino. Thoth era nato in un lontano paese dell’ovest in una città vicina a due vulcani, un giorno il Sole s’oscurò, e persino gli Dei ne furono atterriti, ma egli li aiutò a fuggire attraverso le grandi acque (L’Atlantico) in un paese situato ad Occidente (ad Est dell’oceano Atlantico è situato l’Egitto) [11].
 
E  furono i sacerdoti egizi che mostrarono ad Erodoto (nel 500 a.C.) le statue dei loro 345 Re e Pontefici, nati senza l’intervento della donna, che avevano regnato prima di Menes, il loro primo Re Umano. I sacerdoti assicurarono che nessuno storico non avrebbe mai potuto comprendere o scrivere un racconto su questi Re Divini, senza prima aver imparato la storia delle Dinastie Divine che precedettero le umane, in altre parole le Dinastie degli Dei, dei Semidei, dei Giganti e degli Eroi che sono parte integrante della storia teogonica di Esiodo. Questi Esseri appaiono come Dei, poi si confondono con l’umanità per apparire che Re e Guide divine. Si raccontava che Osiride costruì città in Egitto, fermò le inondazioni del Nilo, inventò l’agricoltura, l’uso del vino, l’astronomia e la geometria. La Dea Iside afferma nel Libro dei Morti: “Io sono la Regina di queste regioni; io sono stata la prima a rivelare ai mortali i misteri del frumento e dei cereali… io sono colei che sorge dalla costellazione del Cane…”. Secondo Diodoro Siculo, gli Egizi credevano che le loro leggi fossero state comunicate a Menes dal dio Ermes Thoth. I Cretesi sostenevano che Minosse avesse ricevuto le leggi da Zeus. I Lacedemoni erano convinti che Licurgo avesse ricevuto le sue leggi da Apollo. Gli Ariani credevano che Zaratustra le avesse ricevute dallo Spirito Buono. Secondo gli Ebrei, Mosè le ricevette da IHWH. Ulteriori informazioni le troviamo in Cosmogenesi Dottrina Segreta di H.P.B. tramite gli antichi Commentari alle Stanze di Dzyan. “Possenti Esseri compiono le loro grandi opere, e lasciano dietro di loro dei monumenti imperituri a ricordo della loro visita, ogni volta che penetrano entro il nostro velo mâyâvico (l’atmosfera).[12]
 
Questi Esseri, appaiono al principio come Dei e Creatori, poi si confondono con l’umanità, per poi apparire che Re Divini. Osiride, fu considerato un principe che costruì città in Egitto, che fermò le inondazioni del Nilo, che inventò l’agricoltura, la musica, la geometria e l’astronomia. In Egitto, il Re o il Faraone era il Figlio del Cielo, il nome egizio di Re è Pra che significa la “Grande Casa”. Egli era l’essere collettivo che riuniva in sé tutta la collettività in una Grande Casa il cuore dell’Egitto, al cui interno regnava equilibrio e serenità. Gli istruttori Re Divini, trasmisero la loro conoscenza ai Re Iniziati questi la trasmisero ai re umani. Rivelarono i segreti della natura, le virtù segrete delle piante, l’arte di guarire.
 
Erodoto parla delle Dinastie Divine seguite dai Semidei, dagli Eroi e poi dai Re umani. Diodoro, Eratostene, Manetone, Platone, ripetono la stessa storia, che per i critici moderni è solo un esercizio di pura fantasia.
 
Nei racconti mitici Osiride viene descritto in modo duplice, come un dio, figlio di Nut (il Cielo) e di Geb (la Terra), e sia come Re Divino che regnò in Egitto apportando civiltà. Si dice che Osiride costruì città, inventò l’astronomia, insegnò l’agricoltura, l’uso del vino, la geometria, la musica: Iside la sua consorte insegnò agli uomini il segreto del frumento. Secondo il significato dato alla terra, Osiride diviene il Signore dello Spazio celeste se la terra è lo spazio stellare, diviene il Signore dell’Egitto se la terra è quella del Nord Africa, diviene il Signore del nostro corpo, se la terra è la nostra personalità, campo di battaglia fra due forze opposte rappresentate da Osiride e dal suo fratello Seth, il principio oscuro.
 
Quando si tratta dell’Egitto dei suoi Misteri, la chiave d’interpretazione per comprendere il linguaggio mitico e misterico va girata sette volte, perciò il personaggio mitico rappresenta:
 
  1. Il Potere Magnetico Cosmico, lo Spirito della Luce o Luce del Logos.
  2. La Forza Duale elettromagnetica, il Dipolo Magnetico cosmico.
  3. Una stella o una costellazione, serbatoio fisico di forze elettromagnetiche, e generatore del tempo: Osiride – Orione.
  4. Una divinità, Osiride il terzo stadio degli Dei dell’Enneade.
  5. Il potere psichico nella personalità, l’anima, la stella o il sole incarnato.
  6. Un Kabiro, un Istruttore antidiluviano, dell’umanità. Osiride, il Sole, è descritto da Plutarco in De Iside, come un Re Divino, un Istruttore, un Legislatore ecc
  7. L’Eroe, l’Iniziato che ripete le gesta del modello celeste in mezzo agli uomini, e che dopo l’iniziazione ne assume il nome.
             
Ai Kabiri, Diodoro attribuisce l’invenzione del fuoco e l’arte di lavorare il ferro. Pausania dice che la divinità kabirica originale era Prometeo. In India il loro nome è Agni-Putra, Figli del Fuoco. Il culto dei Kabiri il cui ricordo si perde nella notte dei tempi, era legato ai Fuochi Sacri e alle grandi energie vulcaniche, i loro templi erano sempre costruiti in località vulcaniche. Kabeiros significa potente per mezzo del fuoco, naturalmente vulcanico. All’inizio dei tempi erano le guide dell’umanità e quando incarnati come Re delle Dinastie Divine essi hanno dato il primo impulso alla civiltà e hanno condotto gli uomini ad inventare e perfezionare le arti e le scienze. Secondo l’Insegnamento Tradizionale, le Piramidi, i Nuraghi, erano luoghi sacri dove si svolgevano i Misteri del Fuoco (Misteri Kabirici), e sono da considerarsi centri di Iniziazione. Sulla terra il potere del Drago era associato ai Fuochi Sotterranei, personificati dai Kabiri i misteriosi Dei adorati non solo in Samotracia e in Etruria, ma anche in Frigia, in Fenicia, nella Tracia, in Egitto, in Sicilia.
 
La conoscenza misterica fu dunque trasmessa ai Re Divini e poi ai Re umani Iniziati. I Faraoni egizi, frequentatori della Casa della Vita, erano Re e contemporaneamente Sacerdoti Iniziati ai misteri della medicina e potevano curare gli ammalati, erano guaritori per privilegio[13] ed erano assistiti nell’arte di guarire da altri Iniziati conoscitori dei poteri della natura, detentori del potere di sanare i corpi malati.
 
I Sapienti non sono soltanto liberi, ma anche Re, perché regnare è un dominio non soggetto a rendiconti, che può sussistere solo se è retto da sapienti … e il capo deve avere una chiara scienza del bene e del male.[14]
 Secondo il pensiero egizio chi operava in terra per garantire l’ordine di Maat e far uscire dal disordine la terra, era il Faraone, discendente da Osiride considerato il mitico Primo Fa-Ra-one, Ra il Re Divino. Questi aveva nelle mani i segni della giustizia, il flagello e il bastone ricurvo come quello dei pastori. Il Faraone, quindi, era il Buon Pastore che il suo potere spirituale direttamente da Ra tramite Horus, il figlio di Osiride e Iside.  

[1] Gli Egiziani, secondo Giamblico assegnavano il numero 60 al coccodrillo, veicolo di Osiride, perché famigliare al Sole, cioè al cerchio celeste.
[2] Il Rig Veda, il primo libro sacro degli Indù è composto di 432.000 sillabe.
[3] Iniziati Ebrei, Cabalisti molto dotti dei tempi antichi. Il Talmud contiene diverse leggende su di loro e ne fornisce i nomi principali.
[4] Da leggere l’ottimo articolo di Giuseppe di Re: DALLO ZEP TEPI AI “SEGUACI DI HORUS”, QUANDO L’EGITTO ERA GOVERNATO DAGLI DÈI.  https://immagineperduta.it/dallo-zep-tepi-ai-seguaci-horus-legitto-governato-dagli-dei/
[5] S. Wake: The Great Pyramid, pp. 36 - 37.
[6] Bunsen, “Eusebio ha cercato di mutilare la storia con spirito arbitrario e privo di scrupoli”. Egypt vol I p. 200. Socrate uno storico del V secolo denuncia Eusebio come impudente contraffattore.
[7] In Egitto, in Caldea c’erano numerose catacombe, alcune delle quali assai estese, tra queste, le più rinomate erano le cripte sotterranee di Tebe e di Menfi. Le prime, partendo dal lato occidentale del Nilo, s'estendevano verso il Deserto Libico, ed erano dette le catacombe, o i passaggi del Serpente.
[8] Thoth, porta in testa un disco solare con Sette Raggi, divenendo così Thoth-Lunus, il Dio settenario, custode della settimana, cioè del tempo. Thoth viene identificato con Ermete, anch’egli patrono del numero sette, e con Enoch, il settimo Patriarca.
[9] Eleusi era il centro dei sacri riti misterici della Grecia.
[10] Stranamente, solo per pura combinazione, il gregge è formato da 100 cioè due volte cinquanta 2x50=100 pecorelle.
[11] Diodoro Siculo scrive che gli Egizi erano giunti dalla direzione del Sole che tramonta e che si dicevano più vecchi, come stirpe, fra quelle degli uomini.
[12] Essi i Kabiri appaiono al princìpio dei Cicli, come pure all’inizio di ciascun Anno Siderale di 25.868 anni. E da ciò che i Kabeira o Kabarim ricevettero il loro nome in Caldea, poiché esso significa le Misure dei Cieli, da Kob, “misura di”, ed Urim, “Cieli”.
[13] Questo privilegio di guarire è rimasto ai re della nostra era. Si diceva che Pirro poteva guarire gli ammalati toccandoli con un piede, Vespasiano e Adriano potevano ridare la vista ai ciechi dopo aver pronunciato alcune parole sacre. I re di Ungheria sostenevano di poter guarire l’itterizia; i Duchi di Borgogna potevano proteggere dalla peste; i Re di Spagna e d’Inghilterra vantavano e continuano a vantare poteri di guarigione.
[14] Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VII, 122.
 
LA CONQUISTA DELL’IMMORTALITÀ

Nell’antico Egitto la conquista dell’immortalità era riferita a tre distinte categorie:
  1. Il Faraone, che con i riti misterici dell’incoronazione diveniva il Mediatore fra il Cielo e la Terra, e in virtù di questi riti salendo al trono assumeva il nome di Horos.
  2. Gli Iniziati, i frequentatori della Casa della Vita, coloro che hanno vinto la morte durante la propria esistenza terrena.
  3. Il popolo che dopo la rivoluzione democratica, per il quale il rituale funerario con l’imbalsamazione diveniva la condizione necessaria per conseguire l’immortalità. Il mistero dell’Iniziazione era precluso a questa terza categoria, che legata alla forma, si accontentava dell’esteriorità del rituale svolto dal clero.
Il Faraone, il rappresentante del Sole in Terra, rappresenta il Maestro Costruttore che realizza, nella Piramide, il modello celeste. La circostanza che Faraone, oltre ad essere Re fosse anche Iniziato è confermata da Plutarco[1].
E quando il Re era scelto nella classe dei guerrieri, automaticamente passava a far parte di quella de sacerdoti e veniva Iniziato alla loro filosofia … ed è senz’altro per indicare questa caratteristica della loro filosofia che davanti ai templi i sacerdoti collocavano le sfingi, a significare ciò che la loro teologia è intessuta di sapienza enigmatica.[2]
La seconda categoria era rappresentata dai discepoli del Maestro Costruttore, i frequentatori della Casa della Vita, la cerchia degli Iniziati, noti come i Giustificati, coloro che si cingevano della fascia della conoscenza.
Sono colui che cinge la fascia della conoscenza, la fascia del Num. Brillante e risplendente, attorno alla sua fronte, quella che rischiara le tenebre, e che riunisce i due Urei.[3]
Nel Libro dei Morti, il candidato lascia la terra profana per dirigersi verso la necropoli con l’intento di scoprire le vie della saggezza. Il sarcofago, la bara[4], al pari della piramide è la prigione della divinità nella forma. Accanto al sarcofago dell’Iniziato erano posti i simboli di chi aveva vinto la morte in vita.
  • Il primo simbolo era la corona della giustificazione, simbolo della conoscenza.
  • Il secondo simbolo era l’occhio della conoscenza spirituale o di Horus.
  • Il terzo simbolo era quello delle due piume, l’immagine degli opposti equilibrati.
  • Gli ultimi simboli erano quelli del Maestro Costruttore, quali la squadra, simbolo di Maat, l’Ordine Cosmico, la livella, la scala e un sole che sorge dall’orizzonte.

L’INIZIAZIONE EGIZIA

L’Egitto la terra dei Re Divini, è sempre stato considerato come il luogo di nascita dei Misteri. Fu lì che furono formulate le impressionanti e austere cerimonie di Iniziazione caratterizzate dalle più severe prove di coraggio e forza d’animo. I misteri Greci, quelli di Cerere e di Bacco, erano solo imitazioni di quelli Egiziani. Quelli che fallivano sparivano dal mondo senza lasciare traccia dietro di sé. La sede principale dei Misteri era a Memphis, nel quartiere della Grande Piramide.
  • Amon (Amen) è l’occulto Dio del Mistero, la sua parte femminile era Neith, la Dea “Tremenda“, Pallade Atena dei Greci.
  • Amon è il Dio creatore, rappresentato con la testa di montone mentre fabbrica uomini su una ruota di vasaio.
  • Il grande santuario di Karnak era dedicato ad Amon.
  • Nel Libro dei Morti egizio, i due occhi che si trovano al di sopra dei cobra sono gli occhi di Amon, il celato “Dio del Mistero”, la sua parte femminile era Neith, la Dea “Tremenda“, Pallade Atena dei Greci.

FIGURA 1. GLI OCCHI DI AMMON, IL DIO DEL MISTERO
Sappiamo che Pitagora, richiese l’ammissione ai Misteri Egizi, ma che gli fu ripetutamente negata. Fu solo dopo molti anni di attesa e di preparazione che fu accettato nella Scuola dei Misteri. Trascorse 22 anni della sua vita in Egitto per apprendere questi segreti. Solone, Talete, Platone, furono iniziati ai Misteri Egizi prima di tornare al proprio paese.  Dopo l’iniziazione, Platone tornò in Grecia per fondare un sistema distinto di apprendimento e profondo pensiero.  
I MISTERI erano suddivisi in: Misteri di Iside, Misteri di Serapide e Misteri di Osiride.
  • I Misteri di Iside erano preparatori e celebrati all’equinozio di primavera. Iside veniva rappresentata con il volto e la forma coperti con un velo, quale simbolo della barriera materiale tra l’uomo e la Verità
  • I Misteri di Serapide (Asar-Api), erano celebrati al solstizio d’estate Porta del Cancro. La Porta del Cancro era detta Porta degli Uomini: caduta, incarnazione, rinascita fisica. È l’Ingresso nella Caverna Cosmica.
  • I Misteri di Osiride erano celebrati all’equinozio d’autunno, la discesa nelle tenebre.
  • L’ultima parte dei Misteri, la notte buia dell’anima, era celebrata al solstizio d’inverno la Porta del Capricorno detta Porta degli Déi: nascita spirituale, e la liberazione. È l’Uscita dalla Caverna Cosmica.

FIGURA 2. I MISTERI E LE QUATTRO PORTE DELLA CAVERNA COSMICA
Se nella Porta del Cancro o di Serapide l’iniziato vedeva il Sole di mezzogiorno, nella Porta del Capricorno, l’iniziato vedeva il Sole di mezzanotte. Il “Sole di Giustizia” fiammeggiava ancora alto nel cielo di mezzanotte; e mentre l’oscurità era sulla faccia del mondo profano, nelle notti di Iniziazione nell’Adytum vi era la luce eterna.
Gli equinozi, rappresentano gli unici giorni dell’anno in cui la durata del giorno è uguale a quella della notte. L’Equinozio di primavera nel ciclo giornaliero equivale alle ore 6, l’alba, il momento in cui il sole risorge, la resurrezione, mentre l’Equinozio d’Autunno, rappresenta le ore 18 il tramonto, la morte del sole, la discesa dell’iniziando nella cripta.
Tutti gli Iniziati e tutti i Gerofanti erano simboli del Sole e del Principio Creatore. In Egitto Osiride era il Sole notturno. L’antico Egitto ha conosciuto riti di iniziazione che, dato il carattere rigorosamente riservato delle cerimonie, non assunsero mai forme di diffusione “popolare” (come i misteri di Iside), ma rimasero al contrario legate al ristretto entourage della corte del faraone. Si deve a Boris de Rachewiltz, uno dei più prestigiosi studiosi dell'Egitto, uno studio relativo ad un testo che ben illustra l’aspetto misterico della religione egizia. Tale testo, comunemente conosciuto come "Libro dell’Amduat"[5], descrive il viaggio che il Sole compie, dopo il tramonto, nelle regioni infere, la Via di Sinistra, per poi risorgere vittorioso, sulla Via di Destra, assumendo l’aspetto di Kepri (il sacro scarabeo), dopo aver compiuto vittorioso il suo viaggio notturno in spaventose regioni popolate da entità mostruose e terrificanti.
Nella prima ora il candidato, assimilato al sole notturno, inizia il suo viaggio da “morto”. È un percorso che si svolge in una regione, il Duat. L’iniziando nel suo viaggio notturno è assimilato al dio Sokar, patrono dei morti a Menfi, assimilato a Osiride. Il carattere particolare di questo libro è il suo contenuto misterico: esso, infatti, fa da guida non al morto, bensì al vivo. Si comprende perché nel linguaggio misterico si definiva il “morto”, il non-iniziato, in quanto é solo dopo lo svegliarsi al termine dell’iniziazione che si configura lo status di “vivente”.
Il massimo rito di iniziazione iniziava a mezzanotte, la corrispondenza giornaliera del solstizio invernale nel Capricorno. Il candidato conosceva il mistero del sole di mezzanotte, il Sole di Giustizia, e mentre l’oscurità era sulla faccia della terra per il mondo profano, nelle notti di iniziazione splendeva la luce. Nell’antica Roma, le feste di Giano (Janua), Il Signore delle Due Vie”, erano celebrate dai Collegia Fabrorum ai due solstizi. È interessante far notare che sul lato Destro e sul lato Sinistro rispettivamente si dispongono gli eletti e i dannati nel Giudizio finale dell’Apocalisse. Janua Coeli, sole nascente, nel Capricorno, è la Porta stretta, difficile da passare, quella della Liberazione. Janua Inferi, sole calante, nel Cancro, è la Porta larga per la discesa agli Inferi, come la caduta di Persefone conduce nell’Ade, nella bara dell’incarnazione. Gli Ebrei chiamavano questo segno la bara, per i primi Cristiani era la tomba di Lazzaro. Secondo Proclo, Numenio, poneva nella Porta del Cancro, la caduta delle anime sulla Terra. Il mese di giugno, nell’antico Egitto era chiamato meore, che significa nuova nascita. Nello zodiaco egizio di Dendera, il Cancro è rappresentato dallo Scarabeo che, come parola, significa soltanto generato.
Le due vie, di destra e di sinistra, in India sono note come la Via degli Dei o Deva-yana, e la via degli antenati o Pitri-yana.
Se gli Yogi partono … nei sei mesi in cui il sole s’innalza verso il Cielo del Nord, allora essi che conoscono Brahman, vanno al Brahaman.
Se gli Yogi partono … nei sei mesi in cui il sole è decrescente verso il Sud, allora gli Yogi entrano nella luce lunare per ritornare negli stadi della manifestazione.
Quelli della Luce e delle Tenebre sono gli eterni sentieri del mondo.[6]
Sul fondo di un sarcofago egizio del Medio Regno si trova un disegno detto Libro delle Due Vie. La superiore sinuosa con sette curve ben definite, è di colore azzurro come un corso d’acqua; la via inferiore, di forma irregolare è nera come una strada di terra. Il Defunto entra all’estremità destra, dove ci sono due porte: la Porta di Fuoco e la Porta di Tenebra a forma semicircolare. Di guardia sopra quest’ultima vi è una strana creatura dal corpo mummiforme con un coltello in mano: il suo nome è Colui che ostacola il criminale, il Guardiano di Soglia. È solo la prima di una serie di creature ostili in cui ci si deve imbattere. I nomi dei guardiani ad ogni curva hanno nomi spaventosi: L’oppressore, Colui che brucia, il Saltatore, il Feroce, Colei che ha il coltello, il Bestemmiatore, il Divoratore … Su quella inferiore, i demoni guardiani sono in numero inferiore ma più spaventosi: Coltello, Muso d’ippopotamo, Faccia schifosa che vive nel letame …

FIGURA 3. LE DUE VIE. SARCOFAGO DEL MEDIO REGNO
Nella dottrina Indù, anziché i Guardiani della Porta, abbiamo il Signore della Porta, il dio Agni, nel suo duplice aspetto maligno e benigno, a seconda che distrugga colui che bussa alla Porta o lo lascia passare. Agni[7]è anche chiamato Il Signore delle Due Vie.
A colui che è giunto (alla Porta), Egli chiede: “Chi sei Tu?” Se egli s’annuncia con il proprio nome… Egli dice: “Quel tuo sé che è stato in Me, sia ora tuo. Giusto in quel sé, inciampato giusto sulla soglia del successo, le stagioni lo portarono via… ma egli deve rispondere così: “colui che sono io è il Cielo che sei tu… Egli gli dice: “Chi tu sei, quello sono io; e chi io sono, quello sei tu. Vieni… Chiunque pronunci “io” e “noi” alla Porta è scacciato e permane nel non-essere.[8]


[1] Plutarco era un Iniziato e il suo maestro Ammonio Sacca era di origine egiziana ed è perciò molto probabile che fosse molto istruito intorno ai Misteri Egiziani.
[2] Plutarco de Iside, 354 c.
[3] Libro dei Morti, LXXX
[4] Osiride fu posto da 72 congiurati in una bara che poi fu sigillata.
[5] Boris de Rachewiltz, ha preferito rendere, in più libera traduzione, come "Libro egizio degli Inferi". Questo libro secondo Boris de Rachewiltz era in uso dei faraoni e di una ristretta cerchia sacerdotale a partire dalla XVIII dinastia, iniziatrice del Nuovo Impero.
[6] Bhagavad Gita,VIII, 24, 25, 26.
[7] Agni è descritto come Colui che apre la Via. Rig Veda I, 127, 6.
[8] A. K. Coomaraswamy, Il Grande brivido, pag. 451.
I PRINCIPI COSTITUTIVI DELL’UOMO SECONDO LA TRADIZIONE EGIZIA

Il cadavere Khat è rappresentato nelle iscrizioni come una pustola, attraverso l’imbalsamazione il Khat diventa un Sahu, la mummia purificata e nobilitata, in realtà questo avveniva solo tramite l’Iniziazione. La pratica dell’imbalsamazione in origine era riservata solo alla famiglia reale e ai frequentatori della casa della Vita.
Collegato al corpo fisico vi è la sua controparte energetica, il Kha, che nasce con l’embrione e si sviluppa fino a raggiungere l’aspetto di un adulto senza però seguire il corpo della sua fase d’invecchiamento. È un’entità prima di coscienza che diviene entità separata solo alla morte fisica dell’individuo. Solo il Kha del faraone poteva essere rappresentato, mai quello dei comuni viventi. Nel rituale della nascita del Faraone compaiono 7 Kha o geni maschile e 7 Hemesut o geni femminili, 14 in tutto.
L’anima passionale, cioè il corpo emozionale era rappresentato dal Ba, dalle sembianze di un uccello dal volto umano in atto di tornare a visitare la mummia posandosi sul suo petto. Il Ba trova il suo corrispondente nell’eidolon (lo spettro) della tradizione greca. Associato al Ba vi era il cuore “jb”, l’organo del pensare e del sentire. Tale organo rappresenta la memoria delle emozioni, come il Kha rappresenta la memoria fisica. Quanto i 42 Giudici pesano sulla Bilancia il cuore del Defunto, in realtà pesano i suoi pensieri passionali.
Il Kha e il Ba insieme sono il Kaibit, rappresentata nei geroglifici come un’ombra scura, una ripartizione fra l’eterico e l’astrale della cosiddetta “anima”. Il Kaibit è la parte più materiale, una sorta di guscio vuoto di essenza ma che può permanere, post-mortem, con caratteristiche di memoria Akashica non superiori a quelle intellettuali ed esperienziali del morto.
La persistenza (che non è sopravvivenza) degli stati materiali del Kaibit può essere indotta da un errato attaccamento alla parte corporea dell’essere, e prodotta dai seguenti fattori:
  • Da una morte violenta.
  • Dal dolore e dalla consapevolezza e dalla conseguente disperazione, per non aver compiuto il proprio compito e dovere.
  • Dalla mummificazione artificiale o naturale del corpo fisico, che mantiene un’aggregazione larvale con i più bassi corpi eterico/astrali. È per questo che è preferibile il fuoco all’inumazione.
Essendo il Kaibit è un guscio vuoto, e può esser riempito da forme larvali estranee, che traggono da esso una vita fittizia. È questa componente ambigua, inaffidabile, menzognera, che può comunicare attraverso la medianità.
Salendo nella scala si trova l’Akh, che significa glorioso risplendente, raffigurato con un Ibis. L’Akh dimorava nei “campi di giunchi” in compagnia degli Dèi, rappresenta il corpo mentale privo di passioni.
Al di là dell’Akh non veniva citato alcun termine, si entrava nel  campo dei Misteri. Era citato il corpo glorioso Sahu, assimilabile alla ragion pura, illuminata dallo Spirito, il Principio Superiore chiamato Osiride, perché era il nome assunto da ogni Iniziato dopo aver vinto la morte. La generazione simultanea del Sahu e del Kah è descritta nel Libro dei morti nel capitolo “del venire al giorno”. Nella raffigurazione sul pannello esterno di sinistra del secondo sarcofago di Tutankhamon si vede il Sahu chiamato fuori da Râ per respirare l’aria divina   
Ho attraversato tutta la Duat, ho visto il mio padre Osiride, ho dissipato l’oscurità della notte, sono diventato un Sahu, sono diventato un Akh, mi sono attrezzato. O voi Dèi e Akh tutti, apritemi la Via …
I MISTERI DI ISIDE
 
Il volto di Iside era velato, con una scritta che consigliava tutti i profani che nessun mortale avrebbe mai potuto alzare il velo e guardare il suo vero volto, fino al momento della morte. Si narra che i veli di Iside la Nera erano sette.
 
  • Le vesti di Iside sono di colore variegato, scrive Plutarco; il suo abito infatti è quello della materia, la quale si evolve in tutte le forme e a tutte le forme si presta.
  • La veste di Osiride, invece, non è né sfumata, né screziata: il suo colore è uno solo, quello della luce.
   
Solo coloro che potevano apprendere la verità su tutte le cose, cioè quelli che potevano guardare la grande Iside nel volto senza veli e sopportare la terribile maestà della Dea, diventavano Iniziati.
 
In Egitto, il Candidato all’Iniziazione dopo le prove preliminari a Memphis, sosteneva a Tebe, nelle 12 ore notturne durissime prove note come “le 12 Torture”. Gli si comandava, affinché potesse uscirne trionfante, di controllare le proprie passioni.
 
Tracce dei Misteri Minori o di Iside le troviamo nel libro di Apuleio, l’Asino d’Oro. Il libro di Apuleio è una delle poche fonti sui riti Isiaci, del II secolo d.C. Le vicende di Lucio sono un racconto iniziatico, narrano la Caduta dell’uomo nelle sensuali spire della Materia per poi dopo molte tribolazioni riconquistare la coscienza originaria. La liberazione dalle seduzioni terrene, e il ritorno alla condizione originaria, formavano le tappe dell’Iniziazione ai Misteri di Iside.
 
Lucio s’innamora sensualmente della schiava, Photis, al servizio di una maga e nel contempo arde dal desiderio di apprendere quel tipo di magia. Irretito, dalla sensualità della schiava, Lucio prova un unguento che dovrebbe trasformarlo come la maga in un gufo. La schiava gli porge l’unguento sbagliato che lo trasforma in un asino.
 
Come Lucio viene trasformato in Asino, dall’amore sensuale per il corpo di Photis, così il Sé spirituale, prima libero, cade in balia del corpo, attraverso la procreazione sessuale. L’Asino  con le parti genitali, molto sviluppate, è il simbolo dell’istinto sessuale e della forza generativa maschile. Seth, sotto forma di Asino, è il potere oscuro della Materia, il nemico di Iside, e chi come Lucio si abbandona alle passioni sensuali cade sotto il dominio di Seth assumendone le sembianze.
 
Sotto forma di asino, Lucio, sarà costretto a vagare per il mondo cambiando padrone e subendo maltrattamenti. Nel corso delle peregrinazioni avrà il modo di conoscere gli uomini quali sono in realtà.
 
Per riprendere le originarie sembianze, Lucio deve mangiare dei petali di rose. Per gli antichi Egizi la Rosa era il simbolo della "Conoscenza Segreta", questa era consacrata ad Iside. Nella Rosa, il fluido vitale non è sensuale: è casto e puro.
 
  • L’Asino-Lucio, in una notte  sotto la luce lunare, bramoso di purificazione, si tuffa nel mare, immergendo la testa sette volte.
  • Si bagna come un Mistae prima dell’Iniziazione. Si addormenta e sogna Iside.
  • Iside appare uscente dal Mare, con una corona di fiori, sopra la fronte un disco luminoso, sui lati due vipere  che si drizzano con le loro spire
     
Iside gli annuncia il giorno della sua salvezza, che coincide con il 5 marzo, il giorno della partenza di Iside sotto forma di Navis, o Arca. L’Asino-Lucio, affamato, con prudenza si avvicina al Sommo sacerdote di Iside con in mano una corona di rose, che glie la porge.
 
Lucio, riacquista la forma umana, è ma nudo. Un seguace di Iside gli porge la veste bianca del Mista di Iside. Lucio come Ulisse, è scampato alle burrasche e ha raggiunto il porto della quiete ed è rivestito con bianca veste.
 
  • Lucio affitta una camera vicino al tempio, digiuna e narra , cioè confessa, ai “parenti”, ai fratelli di fede le sue oscure vicende.
  • Mosè tramandò la confessione ai suoi Iniziati nella Festa dell’Espiazione quando i partecipanti si confessavano reciprocamente e si scambiavano 39 colpi di frusta.
  • Il Cristianesimo fondato sui Misteri Minori agli inizi contemplava la confessione pubblica.
     
Il Confiteor fa parte integrante della messa cristiana. Confido a voi fratelli che ho molto peccato … per mia colpa, grandissima colpa (seguono tre colpi sul petto).
 
  • Il sacerdote pronuncia la remissione dei peccati - dopo aver precedentemente fatto la pubblica confessione – e lo cosparge di acqua pura.
  • Nell’Iniziazione Isiaca vi era uno stadio intermedio, in cui i sacerdoti  salutavano così il neofita:
   
Tu hai vinto la natura grezza: gloria a te! Ringrazia Iside perché ti rinforzi per le Prove che ancora ti aspettano. Confessa i peccati davanti a quest’occhio che è l’Occhio di Dio.
 
Apueio tace sui riti segreti dell’Iniziazione, dice solo che dopo dieci giorni di digiuno venne il momento dell’Iniziazione.
 
Giunsi al confine della morte, ho oltrepassato il limite (le Porte) di Proserpina, ho navigato attraverso tutti gli elementi … (Apuleio Asino d’Oro)
Ti si sono state aperte le Porte della Morte, hai veduto le porte dell’ombra della morte?
Qual è la Via dove abita la Luce?
Qual è il luogo delle Tenebre? (Libro di Giobbe)

 
FIGURA 1. IL DEFUNTO ACCOMPAGNATO DA ANUBIS
 
Il Defunto, l’iniziando, vestito di bianco, simbolo di purità rituale, si avvia da solo o accompagnato da un sacerdote che indossa la maschera di Anubis. per varcare le Porte della Morte. Nel linguaggio misterico si definiva il “Defunto”, il non-iniziato, in quanto é solo dopo lo svegliarsi al termine dell’iniziazione che si configura lo status di “Vivente”. Gli antichi papiri descrivono il Defunto accompagnato da Anubis, il Maestro dei Misteri.  
 
I MISTERI DI SERAPIDE
 
I misteri di Serapide costituivano il secondo stadio dell’iniziazione egiziana.
 
  • Erano intermedi e si tenevano al solstizio d’estate, alla Porta del Cancro: l’ingresso nella caverna cosmica, il cui simbolo è la Grande Piramide, il mistero dell’incarnazione fisica.
  • L’identità del Dio Serapis (Asar-Hapi) è avvolta da un impenetrabile velo di mistero. Ad eccezione dei sacerdoti Iniziati, gli stessi egiziani erano ignoranti della sua vera indole.
  • Serapis simboleggia  l’Anima Mundi, infatti, il corpo materiale della Natura è stato chiamato Apis.
 
Apuleio, definisce “le orge notturne di Serapide, un dio di primo rango”, a cui potevano assistere solo coloro che sono stati iniziati ai Misteri preparatori di Iside, per il più grande Mistero.
 
Serapide è identificato con il sole, Surya in India, in particolare con raggi del sole bianco della purezza e la fiamma ascensione. Il Sole alto nei cieli nella sua discesa si appresta a divenire il Sole di Mezzanotte.
 
I Misteri di Serapide riguardano la discesa dello Spirito nella carne, la nascita fisica di Osiris Serapis. Nelle sue raffigurazioni veniva rappresentato come un Serpente, un “Dragone di Saggezza”.

 
FIGURA 1. SERAPIDE
 
Questo stadio era quello della discesa nella cripta buia e tenebrosa, la discesa negli Inferi. Gli Inferi sono descritti come un Abisso, un luogo dove regna l’oscurità, un Pozzo profondo, una Tomba, un luogo di morte.
 
Il sistema di passaggi della Grande Piramide, era una specie di mappa per l’anima, un addestramento al mortale gioco di “scale e di serpenti” che avrebbe costituito il suo futuro passaggio attraverso il mondo sotterraneo verso un’eventuale rinascita.[1]
 
Il Candidato entrando nella Grande Piramide percorre il passaggio discendente di ampiezza 2 Cubiti, la via dei morti. La condizione di chi si preparava all’Iniziazione, era paragonata con quella di chi si preparava alla morte: il termine greco di morire è teleutai, quello di Iniziato è teleisthai, che evidentemente sono simili.
 
Raggiunta la morte, l’anima sente una sensazione simile a quella degli Iniziati ai Grandi Misteri.[2]
 
La condizione di chi si preparava all’Iniziazione, era paragonata con quella di chi si preparava alla morte: il termine greco di morire è teleutai, quello di Iniziato è teleisthai, che evidentemente sono simili.
 
Raggiunta la morte, l’anima sente una sensazione simile a quella degli Iniziati ai Grandi Misteri.[3]
 
Per quanto riguarda il destino dell’Anima, i Maestri diedero i seguenti insegnamenti:
 
  1. L’Anima è divina, mentre il corpo è la tomba che la imprigiona.
  2. La nascita fisica è la caduta o morte nella materia.
  3. La morte cosciente nel corpo fisico, la seconda morte quella della personalità, equivaleva alla riconquista della coscienza originale, quella divina.
  4. L’Iniziato spogliatosi della personalità si univa con l’elemento spirituale per ridiventare ciò che era e assumeva il nome del suo dio, Osiride.
       
Una raffigurazione nella tomba di Ramesses IX ci mostra il Defunto, nell’oltretomba di fronte ad un mondo capovolto.

 
FIGURA 2. RAFFIGURAZIONE DEL MONDO CAPOVOLTO TOMBA DI RAMESSES IX
 
[1] Peter Lemesurier , Scritto nella Pietra, Parte I, Armenia.
[2] Plutarco, fr. 178.
[3] Plutarco, fr. 178.
I MISTERI DI OSIRIDE
 
  • I Misteri Maggiori erano i Misteri di Osiride.
  • Erano celebrati all’equinozio di autunno, alla morte del Sole, e al solstizio d’inverno, quando splende il Sole di Mezzanotte.
  • Contra solem ne loquaris (Non parlerai contro il Sole) fu detto da Pitagora riferendosi al Sole al “Sole dell’Iniziazione” nelle sue tre forme, due delle quali sono il “Sole Diurno” e il “Sole Notturno.”
     
Le Sette Fasi del culto misterico di Osiride sono state descritte nel Libro Egitto Patria dei Misteri I. La celebrazione dei Misteri di Osiride o l’Inventio di Osiride, si basava sul ritrovamento di Osiride fatto a pezzi da Seth e la sua ricomposizione e si svolgeva dal 29 ottobre al 1° novembre. Nella contrapposizione Osiride (spirito) - Seth (materia) emerge la dualità, due forze opposte e complementari, l’ordine dopo il caos. Seth è la rappresentazione della divisione, del disordine nascente dai bassi istinti, dell'inganno, dell'azione nefasta nascente dalla spinta dell'invidia e dell'ambizione di ottenere ciò che non si merita. Osiride rappresenta il “riunire ciò che è sparso”, il “ritorno all'unità”, il risultato dell’azione dell'amore sublimato di Iside.
 
Il mito narra che Osiride sia stato ucciso da suo fratello Seth che lo tagliò a pezzi e ne disseminò i resti per tutto l’Egitto. Templi furono eretti nei luoghi dei ritrovamenti. La testa di Osiride venne sepolta nell’Osireion ad Abido, il nome geroglifico è Abdu. Ab Dw Abdu, che significa collina del tempio. Gli egiziani la chiamavano TA GSR, Terra Santa, e la tradizione vuole che vi fosse conservata la testa di Osiride. Osiride, nei Misteri, veniva rappresentato come colui che dopo lo smembramento, la distruzione delle forme del proprio precedente essere, poteva rinascere a nuova vita, libero, luminoso, cosciente.

 
FIGURA 1. RAFFIGURAZIONE SIMBOLICA DI OSIRIDE
 
Osiride è rappresentato in un uomo con una sola gamba e un sol piede. Quest’unica gamba su cui si regge ne indica lì’immobilità, quale centro e perno del mondo. Tiene nella mano sinistra lo scettro a forma di Pastorale, per indicare che è il Buon Pastore, e nella destra un bastone a cui sono attaccate delle corde, nei papiri è chiamato il nekhekh, oppure il flagello. Il bastone con le corde è il ventilabro. La frusta che simboleggia Osiride come il “Giudice della morte”. Osiride il cui ventaglio è nella sua mano, che purga l’Amenti dai cuori peccaminosi, separa dal suo pavimento i chicchi di grano e chiude il buon frumento nel suo granaio.
 
Due cartelli sono rappresentati in alto: l’uno con un asino, cioè Seth, il principio tenebroso, l’altro per la luce con l’occhio e la corda intrecciata, si a due fini, il cui significato è H.
 
L’occhio, stando per Osiride equivale al Toro; e unito alla corda intrecciata significano   la luce quale legame del creato. Essendo il Toro il principale simbolo di Osiride, della Luce o di Horus, ne porta il medesimo nome, cioè Oro. La lettera iniziale del Toro “T” equivale ad “H”, lettera iniziale di Horus. Il Toro (Bue) e l’Asino i sue principi opposti, sono rappresentati nella natività di Gesù. Seth Tifone ed Osiride sono la stessa cosa: il primo è il lato oscuro del Dio, l'altro il lato luminoso.
 
Quando Osiride scende nell’Amenti rappresenta il “Sole Defunto”, i Coccodrilli sacri si immergono nell’abisso delle acque primordiali; quando risorge come “Sole di vita”, i coccodrilli riemergono dal fiume sacro. Osiride era il Sole, il Nilo, l’anno solare di 365 giorni, e sotto l'aspetto di Horus è colui che abbatte Apap, il Serpente del Male, lo lega e lo incatena al Tau.
 
Osiride è il Logos egizio, nato attraverso una madre, ma non da una madre, e senza padre, poiché la divinità astratta è asessuata. È nato da un uovo, come Brahma, e nel suo carattere di Dio primitivo, creatore del cielo e degli esseri, è conosciuto come Toom. Dominio di Osiride è Aanroo, un campo diviso in 14 sezioni, circondato da un recinto di ferro, entro il quale cresce il grano della vita, alto sette cubiti.
 
I documenti egizi più antichi sono noti come i Testi delle Piramidi, ad Abido in una tomba, scolpito su una stele votiva (3° registro) si trova scritto:
 
Salute a te, o Osiride, figlio maggiore di Geb; tu il più grande del Sei Dei emanati dalla dea Nut, tu il più grande e prediletto di tuo padre Râ, re della durata, Maestro dell’Eternità… radunasti tutte le corone sulla testa e vi attaccasti l’Uraeus (il cobra sacro).
 
Nella composizione del vocabolo egizio del cubito[1] reale, appare Maat, la dea dell’Armonia e dell’Ordine Universale. Il cubito reale, simbolo dell’Ordine Universale, è diviso in Sette parti uguali o palmi. Il nome mistico della divinità che solo i grandi dai sacerdoti dell’antico Egitto potevano cantare era composto dalla sequenza di Sette Vocali. Osiride incoronato con il Serpente sacro è il più grande, la sintesi dei Sei, il Settimo, il Mistero del Tempo, figlio di Râ, il Maestro dell’Eternità. Il Serpente posto sulla testa di Osiride, in Egitto, come in India o in Messico, era il simbolo del rinnovamento periodico del moto ondulatorio, e gli antichi sacerdoti di questi paesi si qualificavano come “Figli del Serpente”. Nelle cripte sotterranee di Tebe e di Menfi si trovavano i passaggi del Serpente dove si celebravano i Misteri del Kuklos Anagtés, il Ciclo Inevitabile, Obbligato. Al termine del ciclo inevitabile l’Entità doveva ritornare alla sua mummia cioè ad una nuova incarnazione. Nel Popol Vuh, del Guatemala, il dio Votan, figlio dei Serpenti, era ammesso nel passaggio del serpente o nelle catacombe. A Tebe prima di Amon si adorava Kneph che sotto forma di Serpente avvolgeva un’urna piena di acqua nella quale alitava il suo fiato.
 
Osiride era figlio di Geb, il Fuoco Celeste e di Neith, la Materia Primordiale. Secondo l’allegoria egli nacque sul monte Sinai, o monte Nyssa. Secondo Euripide egli è simile a Dioniso, il Dio-Nysos, il dio di Nysa. Mosè principe e sacerdote egizio costruì un altare sul Sinai e lo chiamò Jehovah Nissi o dio Iao-Nyssi.
 
 
I NUMERI DEL MITO DI OSIRIDE

 
Plutarco in De Iside ci fornisce una dettagliata versione del mito di Osiride. Geb, il Saturno egizio, se ne stava nascosto e abbracciato con Nut, la Materia ancora caotica. Il Sole, cioè Râ, accortosi di tale unione lanciò contro Nut una maledizione di non poter generare figli né in un mese né in un anno. Thoth, innamoratosi della Dea si unì con lei giocando a dama con la Luna, riuscendo a vincere la settantesima parte di ogni lunazione, con questa mise da parte Cinque giorni, intercalandoli all’anno di 360 giorni. Questi cinque giorni sono festeggiati come la nascita degli Dei: il primo giorno nacque Osiride, il secondo giorno nacque Arureris detto Horos il Vecchio, Apollo per i Greci; il terzo giorno nacque Seth squarciando il ventre della madre, il quarto giorno nacque Iside e il quinto giorno nacque Neftys[2] i cui nomi erano anche  Afrodite e Fine.
 
Per spiegare che il Tempo non era ancora iniziato, il mito ci informa dell’ordine alla Materia di non generare né in un mese né in un anno. Thoth si unì con la Dea, perché essa era facile e scorrevole: era la Materia Fluida! Gioca a dama con la Luna, un gioco fatto di riquadri bianchi e neri, come le fasi lunari. Il numero dei riquadri è 64 = 82, il quadrato di otto, il numero che simboleggia l’infinito. Questo numero coincide con gli esagrammi dei I King, il Libro dei Mutamenti dell’antica Cina, dove il numero del mutamento è guarda caso Cinque. In ogni caso la Luna è il simbolo della generazione senza la quale non è possibile alcuna manifestazione.
 
Plutarco[3] ci informa che la Luna era doppia, era androgina, essa è il mistero dei misteri, un potere senza sesso perché li contiene tutti due. In Grecia, Diana, la Luna era raffigurata barbuta munita di arco e frecce. Gli Egizi indicavano la Luna con IO o Ioh, proprio come la fanciulla amata da Zeus e poi trasformata in vacca. Il nome Io è l’immagine del numero 10, il numero perfetto contenuto nella Tetractis, tale numero è 2x5, cioè doppio, androgino. Thoth è un Dio lunare e la sua compagna Sifix tiene in una mano un’asta con cinque raggi o una stella a cinque punte.
 
Thoth è il più misterioso e il meno compreso fra gli dei, rappresenta la Sapienza ed è sempre raffigurato vicino a Iside come suo Ministro. È il cancelliere di Osiride nell’Amenti quando è fatto il Giudizio al Defunto. Egli è il messaggero incaricato di computare la durata dei periodi solari e lunari, e come tale ha sulla sua testa un disco con Sette Raggi.
 
Plutarco considera l’anno lunare[4] di 350 giorni che divisi per 70, la settantesima parte di ogni lunazione, danno i cinque giorni intercalari, che sommati ai 360 dell’anno egizio danno 365 giorni. Per merito di Thoth o meglio del collegio dei sacerdoti di Thoth fu stabilito l’anno solare di 365 giorni. Il calendario mobile civile era costituito da 36 periodi di 10 giorni, più i 5 giorni intercalari. Tale numero è composto di 13 cicli di 28 giorni più uno cioè 13x28+1 = 364+1 = 365. Ai trecentosessantaquattro giorni 364 = 52x7 costituiscono l’anno solare di 52 settimane, va aggiunto il numero Uno, simbolicamente il centro del cerchio, l’inizio. Il numero 365 appartiene ad Osiride, perché Plutarco scrive:
 
Osiride è il Nilo che si congiunge alla Terra simboleggiata da Iside, e Tifone è il mare in cui il Nilo si getta e si disperde[5].
 
Il valore numerico della parola Neilos o Nilo è appunto 365, e lo scorrere del Nilo equivale allo scorrere del Tempo ciclico. Inoltre il numero 365 e uguale a 3 + 6 + 5 = 14 = 2x7 che cela il π e i due volte sette costruttori. Fu dunque con la generazione del Figlio della Luce[6] che iniziò il Tempo. Dividendo il cerchio celeste di 360° per 5, cioè il numero dei figli generati da Nut, si ottengono 72 gradi, numero che coincide con quello dei congiurati che uccisero Osiride, facendolo entrare in una bara, in un sarcofago.
 
I sacerdoti egizi sapevano che l’anno solare non è esattamente di 365 giorni, ma è superiore di un quarto di giorno[7], cioè di 365,25 giorni essi facevano i loro calcoli sulla levata eliaca della stella Sirio detta Sothis in greco, e pertanto ogni 1461 anni si verificava, la coincidenza dell’anno sothiaco con l’anno civile.
 
Il racconto mitico narra che Seth o Tifone prese di nascosto le misure del corpo di Osiride e costruì un Bara, Barca o Arca di quelle dimensioni, abbellendola di splendidi ornamenti, promettendola in dono a colui che ci stesse di misura. Tutti provarono, ma nessuno entrava esattamente nella bara, eccetto Osiride che una volta sdraiato, i 72 congiurati con la collaborazione della regina d’Etiopia chiusero il sarcofago con un coperchio e gli versarono sopra del piombo fuso. I congiurati trasportarono la Bara o Barca al fiume e l’abbandonarono in modo che arrivasse al mare attraverso la bocca di Tanitica, considerata dagli Egizi odiosa e abominevole. I sacerdoti egizi consideravano il mare come contenente qualcosa d’impuro del sangue e sperma.
 
Il Principio Vitale viene chiuso in una bara con la quale è indissolubilmente fuso (con il Piombo alchemico) per descrivere l’unione dell’Anima con il corpo. La nascita fisica è la morte per lo Spirito che è addormentato nella materia. La morte di Osiride è il suo sacrificio per vitalizzare la materia, il sacrificio che in tutte le sacre scritture è compiuto agli inizi del Mondo. I 72 congiurati sono in relazione con la divisione del cerchio celeste e del tempo ciclico. Il numero sacro del ciclo 432 = 6x72 è composto di sei periodi di 72. La presenza femminile della Regina d’Etiopia è essenziale in ogni opera che riguarda la materia. La bocca abominevole richiama l’immagine dell’organo genitale femminile.
 
Plutarco scrive che Osiride fu ucciso il giorno 17 del mese di Athyr[8], nel segno zodiacale di morte dello Scorpione (il nemico del Sole), quando si compiva il plenilunio. Il plenilunio segna l’inizio del periodo di magra del Nilo, il simbolo di Osiride. Il numero 17 era molto inviso ai Pitagorici[9] tanto che era considerato un ostacolo. Il numero 17 è in relazione ad un ciclo basato fra la coincidenza delle fasi della Luna con la levata eliaca di Sirio. Ad esempio se oggi la levata eliaca di Sirio avviene in congiunzione con la luna nuova, dopo 17 anni coinciderà con il quarto di luna, dopo 34 anni con la luna piena.
 
L’Arca con il corpo di Osiride giunse a Byblos approdando in un prato di erica, Dopo aver navigato nelle acque del Caos, la barca o bara di Osiride si arrestò in un posto asciutto: è l’inizio di un nuovo ciclo, dove Osiride rivestito dall’erica divenne un albero, una colonna che sorregge il tetto della casa del Re di Biblo[10], l’asse centrale che sostiene l’edificio del creato, l’Albero del Mondo. Iside trovò la bara di Osiride nascosta dall’erica e la portò via. In una notte di luna piena mentre Seth andava a caccia, vide illuminata dalla Luna la bara con il corpo di Osiride, dilaniò il corpo del figlio del Cielo in 14 pezzi e li disperse. L’allusione dello smembramento di Osiride con la complicità della Luna è al ciclo di manifestazione retto dai 2x7 = 14 costruttori, di cui Osiride, rappresenta la sintesi delle due schiere, l’Asse del Mondo. Numero di Osiride, il Nilo celeste.
 
Questi fatti avvennero al ventottesimo anno del regno di Osiride. Gli anni di Osiride, 28, coincidono col ciclo lunare di 7x4 = 28 giorni. Osiride era identificato oltre che con la costellazione di Orione, anche con la Luna, con la quale condivide i cicli.
 
Iside informata della morte di Osiride indossò una veste nera da lutto e vagò in cerca del marito, finché venne a sapere che una volta Osiride si era unito a sua sorella Neftys credendola Iside. Iside cercò il bimbo per salvarlo dalle ire di Seth, il marito di Neftys e lo trovò guidata da una muta di cani. Iside è chiamata Cane dai Greci e Sothis dagli Egizi, questa stella è Sirio, detta Cane di Iside perché annunciava l’inondazione del Nilo. Neftys è la terra che sta sotto l’orizzonte fecondata dal Nilo che rappresenta l’emissione seminale di Osiride. Il figlio del Cielo e della Terra diviene così l’orizzonte. Dal nascere eliaco della stella del Cane, la Canicola, gli Egiziani cominciavano il loro anno civile. Iside allevò il figlio di Osiride e di Neftys che fu chiamato Anubis, divenendo così la sua guardia, il suo fedele compagno, e per tale motivo era raffigurato con il corpo di uomo e la testa di sciacallo o cane, perché la “vista” del cane è uguale sia di giorno che di notte. Da Plutarco è collegato con la dea Ecate, seguita sempre da una muta di cani, la sovrana del regno dei morti. Anubis, l’orizzonte, diviene il guardiano che sta sulla soglia che separa la terra dal cielo, le tenebre dalla luce. Il culto di Anubis in Egitto era di natura misterica, il dio era rappresentato con un caduceo in mano e delle catene attaccate alla bocca, per indicare la proibizione di parlare degli argomenti misterici. Anubis era identificato con Sirio che come è noto è una stella doppia.
 
Anubis è un nume che indica una nube o Nubis, che negli scritti sacri è sempre stata considerata come simbolo di protezione. Uscendo dall’Egitto gli Ebrei erano protetti da una Nube[11], gli Argonauti erano stati avvolti e protetti dalla medesima nube come Enea.
 
Horus, appare come salvatore del mondo ed eroe per eccellenza destinato a riportare l’ordine nel caos. Nel mito che lo vuole nascosto dalla madre, Iside, tra le paludi del Delta, il suo sonno viene vegliato da grandi dee come Nephtys, Sekhat-Hor, Neith, Selkis, nonché dalle Sette vacche di Hathor che rappresentano l’intera volta celeste.   
Numero doppio di Osiride, il Nilo. L’anno solare di 52 settimane più un giorno
365 =3 + 6 + 5 = 14 = 2x7
È il numero delle due schiere di  divini costruttori
Numero dei pezzi   del corpo di Osiride
14 = 2x7
È il numero p greco scritto in modo diverso, 3 + 1 + 4 + 5 = 14
Numero degli anni di Osiride
28 = 7x4
È il numero del ciclo lunare, che indica la generazione
Numero del giorno della morte di Osiride
17
Per i Pitagorici era l’Ostacolo
Numero dei congiurati
72
La divisione del cerchio celeste di 360° per 72 dà il numero 5, il numero dei vertici della piramide e del Pentalfa
Numero dei giorni intercalari
5
È il numero degli Dei generati da Nut e Geb, di cui Osiride è il maggiore, il vertice superiore della Piramide
Numero del Coccodrillo o di Seth
60
È l’unità di misura per il tempo, 60 secondi, 60 minuti ecc.
Il cerchio celeste di 360° è diviso in 12 settori lungo l’eclittica o costellazioni di 30° ciascuno. La divisione per cinque del cerchio celeste individua i cinque vertici del Pentalfa, la stella a cinque punti contenente cinque triangoli isosceli con angolo di base di 72°, questi triangoli hanno i lati, il cui rapporto è aureo. Moltiplicando il numero dei congiurati 72 o anni impiegati dal sole equinoziale per completare uno spostamento precessionale di un grado, per i gradi di ogni settore si ottengono gli anni corrispondenti ad un segno zodiacale, o ad un’era di 72x30 = 2.160 anni, che diventano 4320 anni per due costellazioni zodiacali. Il passaggio del sole equinoziale nei 12 segni dura 12x2.160 = 25.920 anni che corrispondono al Grande Anno platonico. Il periodo di 432.000 anni del Kali Yuga e dei 10 Re Divini di Berosso, dura dunque 100 + 100 ere zodiacali.
L’Universo, è raffigurato come una sfera, e Ippaso[12] fu scomunicato per aver divulgato un segreto dei Misteri affermando che la sfera si costruisce con 12 pentagoni: dietro un 12 si nasconde sempre un 5, il Pentalfa[13] simbolo di riconoscimento dei Pitagorici. La dea Neftys, nata il quinto giorno era per i Greci Venere, che come luminoso pianeta del mattino, disegna con il suo sorgere eliaci in cielo un pentagramma fiammeggiante nel corso di otto anni. Venere e Sirio sono le stelle più luminose del cielo.
Se costruiamo la sfera con dodici pentagoni, facciamo l’operazione 12x5 = 60, l’unità fondamentale, la misura del Cielo del Caldei, il numero assegnato da Giamblico[14], un Neoplatonico, al coccodrillo, assimilato a Seth, che trascina il carro solare di Osiride. I dodici pentagoni costituiscono il dodecaedro, la quinta delle figure cosmiche di Platone, quella che rappresentava il Tutto. Questa figura ha venti vertici e trenta spigoli che vengono a formare 360 triangoli[15] rettangoli, come attesta Plutarco, contemporaneamente il dodecaedro si scompone in 360 tetraedri[16], che li hanno per base e hanno per vertice il centro del dodecaedro.
Sul mistero del dodecaedro e sulla riserva di Platone di non discutere oltre di questo argomento, si arresta questo studio, ricordando quanto egli affermava: “È impossibile arrivare ad una vera fede in Dio se non si conosce la matematica e l’intimo legame di quest’ultima con la musica”.  


1] Cubito, o regolo, strumento usato sia per le misure lineari e sia  per la lunghezza unitaria del flauto.
[2] Neftys veniva anche identificata con la dea Hathor.
[3] Plutarco, De Iside, 368, C.
[4] L’anno composto da 12 mesi lunari dura 354 giorni, ma Plutarco ne esclude quattro portando il totale a 350.
[5] De Iside, 363, D, E.
[6] Il primo giorno della nascita degli dei Plutarco riferisce di un voce misteriosa che diceva. “ Ecco il Signore di tutte le cose che viene alla Luce”.
[7] Ogni quattro anni si perde un giorno che portano ad un ciclo di 365,25x4 = 1460 anni.
[8] Plutarco, De Iside, 367, F, conoscitore della filosofia pitagorica fornisce una spiegazione: il numero 17 cade fra il numero 16, un quadrato 4x4, e il numero 18, un rettangolo, 6x3, i soli numeri che formano figure piane la cui area è uguale al perimetro. Il numero 17 si pone come un ostacolo e spezza la proporzione di uno e un ottavo in intervalli disuguali, 18 =16 + 16/8 oppure 17 =8 + (8 + 1).
[9] Questa è l’origine della credenza che il 17 porti sfortuna.
[10] Il nome del Re è Malcandro, forma letterale del dio Fenicio Melcarth, mentre il nome della regina è Astarte, forma di Ishtar, dea dell’Amore e della fecondità.
[11] Esodo, XIII, 22; Numeri, XIV, 14; I Corinti, X, 1.
[12] La leggenda vuole che Ippaso, un discepolo di Pitagora, che venne a meno del giuramento di segretezza, sia morto in un naufragio per aver pubblicato l’iscrizione del dodecaedro nella sfera.
[13] Plutarco afferma che il vocabolo pente (cinque), deriva da panta che significa tutto.
[14] Giamblico, De Mysteriis, V, 8.
[15] Agli occhi di Pitagora e di Platone il triangolo rappresenta l’atomo superficiale, il numero minimo di lati necessario a formare una figura piana.
[16] Il tetraedro, una piramide a base triangolare, è un solido formato da quattro superfici triangolari uguali e regolari.
SAPIENZA MISTERICA
 
Secondo gli egiziani la scrittura fu loro insegnata dal dio Thoth durante il regno di Osiride; e questa tradizione ne conferma le origini antichissime.
 
Thoth avena il centro di culto ad Hermopoli, egli aveva creato con la parola un gruppo di otto Dèi, la Ogdoade. Era rappresentato sotto varie forme: uomo con testa di ibis, uomo con testa di montone, ibis, babbuino. Nel mito di Oro, Osiride e Seth, occupa un posto rilevante; nella redazione arcaica è l'alleato di Seth, in quella più recente è arbitro delle lotte; Nel mito solare funge da visir di Ra. È venerato come Dio della scrittura, delle formule divine e magiche, della giustizia e dell'aldilà, dove pesa le anime dei morti nel giudizio cui esse debbono sottostare. Nel rituale, diventa il sostituto di Seth quando questi diventa una divinità maligna.
 
Thoth è l’archivista ed il giudice. La sua testa di ibis, la penna e la tavoletta dello scriba celeste che registra i pensieri, le parole e le azioni degli uomini e li pesa sulla bilancia. È incoronato con un “atef” e con un disco lunare, e porta “l’Occhio di Horus”, il “terzo occhio”, nella sua mano.
 
Thoth colui che calcola i cieli, il misuratore della terra, tramanda l’antica saggezza scritta su sui rotoli che nasconderà in due colonne situate una a Eliopoli e l’altra a Tebe. I segni sacri scolpiti nei monumenti egizi, di cui scrive Plotino, sono detti geroglifici, da o sacro e glupho o disegno, cioè segni sacri.
 
I Saggi Egizi, per comunicare la loro Sapienza, non si servono dei caratteri scritti, per esprimere le loro dottrine, come se imitassero la voce e il discorso, essi nei loro templi disegnavano figure nei cui contorni è racchiuso il pensiero di ogni cosa.[1]
 
Per diventare esperti della scrittura geroglifica bisognava essere iniziati al mistero del rapporto tra forma e suono, nonché all’iconografia presente negli ideogrammi. Secondo Schwaller de Lubicz, la scrittura geroglifica è la fondamentale scrittura esoterica e simbolica, sia nel tracciato dei suoi segni, sia nel colore e nella loro disposizione. I geroglifici sono stati tradotti, ma nello stesso tempo non possiamo non avvertire che c’è sempre qualcosa che va irrimediabilmente perso nella trasposizione nei geroglifici nella nostra scrittura alfabetica. Essendo una scrittura iniziatica leggiamo solo l’aspetto esteriore.
 
La scrittura sacra (geroglifica) è formata da raffigurazioni e non da segni convenuti. Una scrittura detta “ieratica” è il geroglifico trascritto in corsivo.[2]
 
Gli alfabeti occulti e i cifrari segreti sono una successiva modificazione delle antiche opere ieratiche egizie, la cui chiave era posseduta dagli Ierogrammatici, gli antichi sacerdoti egizi frequentanti La Casa della Vita, un luogo dove potevano accedere il Faraone e i seguaci di Râ, i fedeli della Luce intesa come suprema conoscenza, una comunità di Sapienti detentori di una Conoscenza primordiale. All’interno della Casa della Vita si trovavano testi di astronomia, di matematica, di architettura, di magia intesa come conoscenza delle forze della materia. Quale signore dell’edificio troviamo l’Anziano della Casa della Vita, il signore delle parole e il creatore della biblioteca, l’Iniziatore per eccellenza, il Depositario della Conoscenza, il Maestro dei Maestri.
 
Come la parola pronunciata, anche quella scritta poteva chiamare a vita, o dominare gli esseri che nominava. Non diversamente dalle figure incise o dipinte, la parola scritta poteva diventare impregnata della vita dell’oggetto o della creatura che rappresentava. La pratica di mutilare i geroglifici derivava dal fatto che la parola scritta era percepita come potenzialmente dotata di vita, mutilando i geroglifici si rendevano innocui gli esseri rappresentati.
 
I geroglifici dell’antico Egitto erano le registrazioni velate di insegnamenti misterici, solo con il passare dei secoli e con l’avvento della decadenza, avvenne la secolarizzazione dei simboli sacri e del linguaggio ieratico e lo svuotamento di significato del linguaggio originario. Il linguaggio basato sui simboli non è un modo di esprimersi infantile e fantasioso, non si poggia su un ragionamento analitico e di conseguenza su un linguaggio discorsivo, è al contrario per sua natura sintetica e si poggia sulla mente intuitiva. Si vuole affermare che tutte le lingue madri antiche, lingua ieratica egizia compresa, provengono da una Lingua Primordiale, ieratica, espressa attraverso simboli, cioè idee. La Lingua simbolica, ormai del tutto morta, apparteneva al linguaggio dei Misteri, che era quello delle Razze preistoriche. Non era una lingua fonetica, ma un insieme di simboli, ciascuno dei quali ha un significato compiuto di per sé. Morta la lingua geroglifica dell’antico Egitto, oggigiorno, solo il cinese, il coreano e il giapponese, hanno conservato parte dell’antico simbolismo.
 
Il simbolismo è un linguaggio e una forma di pensiero esatto, una lingua ieratica e metafisica, non una lingua determinata da categorie somatiche e psicologiche. Suo fondamento è la corrispondenza analogica fra tutti gli ordini della realtà e gli stati dell’essere o livelli di riferimento; e perché “questo mondo è ad immagine di quello e viceversa”.[3]
 
Il linguaggio Primordiale era composto da simboli, da figure geometriche che poi vennero trasformate in numeri. Il valore numerico è una delle suddivisioni della "lingua del mistero", cioè l'antica lingua sacerdotale. La si insegnava nei "Misteri Minori", ma la lingua stessa era riservata ai soli alti iniziati.
 
Fin dal principio del tempo, i misteri della Natura furono registrati con simboli e figure geometriche da Saggi, uomini sapienti (discepoli di Uomini Celesti) e le chiavi dei misteri passarono da una generazione all’altra di saggi. Alcuni simboli passarono da Oriente a Occidente per opera di Pitagora. Il Pitagorico Moderatus diceva che: “I numeri di Pitagora erano simboli geroglifici, per mezzo dei quali egli spiegava delle Idee concernenti la natura delle cose o l’origine dell’universo”[4].
 
Oggigiorno in Egitto si vedono le piramidi ancora erette e le rovine dei templi e dei loro labirinti, con le pareti coperte da geroglifici e da pitture rappresentanti le loro divinità. Su rotoli di papiri che sembrano sfidare i tempi, scorgiamo dei frammenti di quelli che si possono chiamare i libri sacri degli egiziani. Tuttavia, per quanto molto sia stato decifrato negli annali di questa razza misteriosa, l’essenza principale della Religione egiziana e l’intenzione originale del suo culto cerimoniale sono ben lontano dall’essere stati rivelati completamente.
 
Gli antichi testi sono andati apparentemente perduti, nulla è rimasto se non i geroglifici e le sculture. È stato Marco Vitruvio Pollione dell’epoca di Augusto che ha dato ai posteri le regole della costruzione dei templi greci eretti agli Dèi immortali, e i suoi dieci libri sull’Architettura, l’opera, cioè, di un uomo che era un Iniziato, possono essere studiati soltanto esotericamente. Vitruvio Pollione scrisse un trattato sull’architettura, in cui tutte le regole della proporzione esposte sono quelle insegnate anticamente durante l’Iniziazione. Se vogliamo familiarizzarci con quest’arte veramente divina, dobbiamo studiare il profondo significato esoterico celato in ogni regola ed in ogni legge di proporzione. Nessun discendente dall’uomo delle caverne paleolitiche avrebbe mai potuto sviluppare, senza un aiuto, una simile scienza, nemmeno attraverso millenni e millenni di evoluzione dell’intelletto e del pensiero. Sono i discepoli di quei Divini Istruttori antidiluviani che, di generazione in generazione, trasmisero all’Egitto e poi alla Grecia la loro conoscenza, unitamente alla legge delle proporzioni adesso perduta. Grazie alla divina perfezione di queste proporzioni architettoniche, gli antichi poterono costruire queste meraviglie di tutte le epoche susseguenti i loro magnifici Templi, Piramidi, Cripte, Cromlech, Tumuli e Altari.
 
Il Grande Sacerdote di Ptah, Imhotep, ideatore della piramide a gradoni di Saqquara, architetto, astronomo[5], primo scrutatore delle stelle, sommo guaritore, è ritenuto il più grande rappresentante delle Scuole di Sapienza Misterica, Iniziato ai Misteri del Cielo e della Terra cui nessuna conoscenza era preclusa.
 
Il tempio era la scuola della civiltà più elevata, e solo esso possedeva quella superiore conoscenza della magia, che era in se stessa la quintessenza della filosofia naturale. I poteri occulti della natura venivano insegnati nella massima segretezza e le guarigioni più meravigliose venivano ottenute durante la celebrazione dei Misteri.
 
Le Scuole di Sapienza in passato si identificavano completamente con le Scuole Misteriche. Da queste antiche Scuole uscì l’opera di architettura dell’epoca augusta di Vitruvio Pollione contenente le regole e le proporzioni insegnate solo durante le iniziazioni. Quest’opera fu divulgata solo per errore perché doveva rimanere segreta. Secondo queste proporzioni armoniche furono costruiti i templi dell’Egitto, dell’India, della Grecia. Il padre della medicina moderna, Ippocrate, era sacerdote di Asceplio[6], e come tale era un Iniziato al culto di Esculapio. Il giuramento di Ippocrate[7] fatto dai medici, è un giuramento sodale, da Sod o mistero, e nell’antichità veniva fatto dal candidato istruito nelle Scuole Misteriche.
 
Nell’antico Egitto i Misteri erano noti fin dai tempi di Menes. Possiamo descrivere in termini moderni gli Ierofanti Egizi come la lega dei custodi dei segreti, cioè dei custodi del sapere segreto. Perché il sapere fu occultato  e reso segreto? Le tradizioni egizie, greche, indù, affermano tutte che inizialmente non vi erano Misteri, la Conoscenza, la sapienza, Vidya per gli Indù, Gnosi per i Greci, regnava tra gli uomini nell’Età dell’Oro per gli indù Satya Yuga. Poi gradualmente sopraggiunse l’oscurità per lo Spirito, e alla primitiva purezza si mescolò l’impurità, l’egoismo e la falsità, fino a giungere all’attuale Età quella del ferro o Kali Yuga, dove dominano incontrastate le passioni e gli egoismi. Poiché la Conoscenza è Potere, nel mondo della forma, si rese necessario selezionare e limitare il numero dei conoscitori, ebbero così origine i Misteri e l’Iniziazione. A coloro che rimanevano fuori dai segreti del tempio furono dati le allegorie e i racconti mitici.
 
Voltaire[8] scrisse che nel caos delle superstizioni popolari è sempre esistita un’istituzione che ha impedito all’uomo di cadere nella brutalità più assoluta: quella dei Misteri. Platone, nel Fedone scrive che coloro che hanno istituito i Misteri o i segreti raduni degli Iniziati, non erano persone mediocri ma possenti Geni che dai primi secoli hanno cercato di farci capire le cose sotto forma di enigmi. Platone stesso usa anch’egli un linguaggio simbolico e a volte enigmatico, quando descrivendo l’Età dell’Oro[9], afferma che molto prima che gli uomini costruissero le città, regnava Saturno che per impedire forme d’ingiustizia a capo del genere umano descritto come un gregge, mise in Pastore, un Essere appartenente ad una specie diversa da loro, i Pastori successivi erano possenti Geni di natura più divina dell’uomo, della natura di semidei.
 
I Misteri furono spesso sinonimi di Magia, parola che oggigiorno ha assunto il significato d’illusione, imbroglio e di superstizione. La parola magia anticamente significava “ Grande Via”, la radice è magh, che si trasforma in latino in Magnus, in greco Megas, in sanscrito Mahat, in zend la lingua degli antichi Parsi in Maz, tutti significanti Grande. Magia nel senso dato nei Misteri significa Grande Via o Grande Vita divina, la Via dello Spirito Creatore: nel capitolo riguardante le misure, ottenute attraverso l’uso del cubito, questa parola assumerà nuovi significati.
 
É un insulto alla natura umana marchiare la magia e la scienza occulta col nome di impostura. I nostri dotti moderni non la accettano né la riconoscono sotto tali appellativi, perché appartiene alla magia, e la magia è, secondo loro, una sciagurata superstizione. Credere che per tante migliaia di anni metà del genere umano abbia praticato l’inganno e la frode sull’altra metà, equivale a dire che la razza umana era composta solo di furfanti e di idioti irrecuperabili. La magia è sempre stata considerata una scienza divina. La magia era considerata una scienza divina che portava alla partecipazione degli attributi della Divinità stessa. “Essa svela le operazioni della natura”, dice Filone Giudeo (De specialibus legibus), “e conduce alla contemplazione dei poteri celesti”. In periodi più tardi il suo abuso e la sua degenerazione in stregoneria ne fecero un oggetto di universale orrore.
 
In Egitto le sedi dell’istruzione segreta erano situate a Tebe, a Menfi, a Sais, ed a Eliopoli. In queste sedi vennero formate le migliori menti della Grecia classica. Diogene Laerzio scrive che Democrito, che secondo la critica moderna è il padre dell’atomo, studiò la magia per un tempo considerevole presso i sacerdoti egiziani.
 
  • A Menfi, Orfeo concretò l’astrusa metafisica appresa in India.
  • Ad Eliopoli, Platone ed Eudosso, appresero rispettivamente l’Etica e la matematica.
  • A Menfi, Pitagora andò a perfezionarsi dal suo ritorno dall’India. Pitagora non fu l’inventore del suo famoso “Triangolo”, questa figura insieme al Quadrato e al Cerchio, è una descrizione dell’ordine dell’evoluzione dell’Universo, sia spirituale e sia fisico.
  • A Sais, Solone e Licurgo, appresero l’arte di governare e di legiferare.
       
Giamblico[10] narra che sarebbe stato Talete a convincere Pitagora ad andare in Egitto. L’alone leggendario circonda la figura e l’opera di Talete, tanto che Diogene Laerzio, lo individua come uno dei sette sapienti, anzi, come il più savio di loro[11]. Questo gentile e modesto insegnante, scrisse Giamblico, si scusò per la “sua vecchiaia e la sua debolezza” e raccomandò al suo brillante allievo di proseguire la sua strada, sostenendo che la propria sapienza era derivata dagli egizi e che Pitagora era ancora più dotato di lui per beneficiare del loro insegnamento. Porfirio insegnava che quel che Talete e Pitagora avevano soprattutto da imparare dagli egizi era la geometria. «Gli antichi egizi eccelsero nella geometria, i fenici nei numeri e nelle proporzioni e i caldei in teoremi astronomici, riti divini e culto degli dèi». «Si dice», scrisse Porfirio, «che Pitagora abbia imparato da tutti loro». Aritmetica e Geometria possedevano per Platone l’immenso merito di guidare l’anima verso la verità e perciò costituiscono la premessa fondamentale per lo studio della stessa filosofia.
 
I Sapienti sono gli unici sacerdoti, perché essi si sono fatte idee chiare sui sacrifici divini, sulle costruzioni dei templi, sulle purificazioni e su tutti i riti divini.[12]
 
Chi erano questi sacerdoti da cui andavano Orfeo, Pitagora, Platone, Talete Democrito, Erodoto ed altri per ricevere l’antica conoscenza? I sacerdoti egizi non erano in senso stretto, ministri di religione. La parola sacerdote aveva un’accezione molto diversa da quella comunemente intesa. Nel linguaggio antico e nel senso dell’Iniziazione, la parola sacerdote era sinonimo di Filosofo.  La parola filosofo interpretata come amore per la saggezza, va interpretata come “sapienza d’amore”. Amore non è ciò che comunemente intendiamo , sentimento, affetto, per gli antichi era Eros, il Principio della divina creazione. Filosofia o sapienza d’Amore, significa attrazione verso ogni cosa nascosta, dietro a ogni forma del creato e la sua conoscenza. I filosofi egizi e i loro discepoli, i filosofi greci, erano profondi conoscitori delle Leggi del creato, e non dei dialettici verbosi e noiosi. Pitagora si definiva modestamente un aspirante alla filosofia, un saggio, anziché un filosofo che “conosce la realtà suprema” nascosta nelle cose visibili.
 
Nell’antichità accanto all’adorazione popolare degli Dei nelle loro forme, ogni nazione aveva i suoi culti segreti o Misteri, i quali erano anche delle Scuole di Sapienza, dei Collegi, dove venivano insegnate le scienze naturali, l’etica, le leggi, la medicina e l’arte sacra. La condizione affinché venisse impartito il Sapere era la totale segretezza. Il profano, chi stava fuori del Tempio non doveva conoscere la Scienza della Vita che in mani sbagliate diveniva la Scienza della Morte, cioè il sapere finalizzato a scopi egoistici e distruttivi. Per evitare che persone deboli nello spirito potessero dopo aver conosciuto i segreti del tempio divulgarne i contenuti cedendo alle lusinghe dell’oro, del sesso, dell’ambizione, prove durissime, con il rischio della morte fisica, o della più completa pazzia, attendevano i candidati all’Iniziazione. Chi non era padrone della propria integrità morale e la cui mente non era completamente cristallina, falliva e spariva senza lasciare traccia.

[1] Plotino, Enneadi, 8, 6.
[2] R.A. Schwaller de Lubicz, La scienza sacra dei Faraoni, Edizioni Mediterranee, pag. 201.
[3] Ananda K. Coomaraswamy, Il Grande Brivido, pag. 162, Adelphi.
[4] Porfirio, La Vita di Pitagora.
[5] Astronomo, era il titolo dato all’Iniziato che conseguiva il Settimo grado, dopo di che egli riceveva il Tau, divenendo oltre che Astronomo anche Guaritore. La grande Iniziazione aveva luogo a Tebe in Egitto.
[6] Imhotep fu divinizzato alla sua morte e per i Greci divenne tutt’uno con Esculapio, il dio della medicina.
[7] “Ippocrate aveva una tale fede nell’influenza delle stelle sugli esseri umani, e sulle loro malattie, che esplicitamente raccomandava di diffidare dei medici che fossero ignoranti di astronomia” (Arago).
[8] Voltaire, Saggio sui costumi, Misteri di Cerere.
[9] Platone, IV Libro delle Leggi.
[10] Giamblico, Vita di Pitagora, (II, 12).
[11] Diogene Laerzio, Le vite dei filosofi, I, 28-33.
[12] Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VII, 119.

L’ORIGINE DEI MISTERI

 
La tradizione narra che i Misteri furono impartiti agli eletti della Razza prediluviana, quando la media degli Atlantiani aveva cominciato a cadere troppo profondamente nel peccato perché si potesse confidare loro i segreti della Natura. Nelle Opere Segrete, la loro istituzione è attribuita ai Re Iniziati delle Dinastie Divine, quando i “Figli di Dio” avevano gradatamente permesso che il loro paese divenisse Kookarma-des, cioè la terra del vizio. In Egitto i Misteri erano noti fin dall’epoca di Menes, mentre i greci li ricevettero solo quando Orfeo ve li introdusse dall’India.
 
Essi, gli antichi istruttori, dettero origine ai Misteri, poiché occorrevano registrazioni permanenti e sicure da occhi indiscreti per conservare e commemorare i loro segreti. È la Filosofia primitiva che è servita da prima pietra per la filosofia moderna. H.P. Blavatsky scrive nella Dottrina Segreta volume III: “Ci viene insegnato che da princìpio non vi erano Misteri. La conoscenza (Vidyâ) era proprietà comune, e regnava universalmente nel corso dell’Età dell’Oro (Satya Yuga)”. L’Antico Commentario alle stanze di Dzyan spiega:
 
In quei tempi di beatitudine e purezza, gli uomini non avevano ancora creato il male, perché erano di natura più simile a Dio che umana.
 
Ma quando l’umanità, crescendo rapidamente di numero, crebbe anche nelle varietà di idiosincrasie del corpo e della mente, lo Spirito incarnato palesò la sua debolezza. Esagerazioni naturali e, con queste, superstizioni, sorsero nelle menti meno colte e sane. Da passioni e desideri fino allora ignorati, si generò l’egoismo, e troppo spesso si abusò del potere e della conoscenza, finché, alla fine, divenne necessario limitare il numero di coloro che sapevano. Così ebbe origine l’Iniziazione.
 
L’antichità dei Misteri può dedursi dalla storia della venerazione di Ercole in Egitto. Questo Ercole, secondo quanto i sacerdoti dissero a Erodoto (Storie II, 145), non era greco, la divinità, chiamata Som o Chom, che secondo quanto dissero i sacerdoti Egizi fece da modello al suo omonimo greco.
 
Dell’Ercole greco, in nessuna parte dell’Egitto potrei ottenere conoscenza alcuna ... il nome non venne mai derivato all’Egitto dalla Grecia ... Ercole ... come essi (i sacerdoti) affermano, è uno dei Dodici[1] (grandi Dèi) che furono riprodotti dai precedenti Otto Dèi 17.000 anni prima dell’anno di Amasis.
 
Porfirio nato in Fenicia, ci assicura che al Sole fu dato il nome di Ercole. Il poeta Nonno designa il Dio-Sole adorato dai Tiri (Fenici) col nome di Ercole Astrochyton, cioè Ercole dal manto di stelle. L’autore degli Inni Orfici[2], nell’Inno XII descrive Ercole come il Sole, “Padre di tutte le cose, nato da se stesso, Dio generatore del Tempo ... valoroso Titano”. Ercole, il Sole è anche la  Luce Magnetica, il serbatoio delle Forze elettromagnetiche. La figura di Ercole rappresenta qualcosa che va oltre ad un personaggio storico oppure secondo altri inventato dalla fantasia.
 

[1] Erodoto cita 12 Dei Egizi, ma i commentatori dicono che erano una sua invenzione, perché gli Dei erano otto o nove, cioè l’Enneade. Questi 12 Dei erano in relazione con l’anno solare egizio di 12 mesi più cinque giorni intercalari. I sacerdoti di Eliopoli dissero ad Erodoto che i 12 Dei greci erano una derivazione di quelli egizi.
[2] Orfeo, come Pitagora, Buddha, Gesù, Ammonio Sacca ecc., non scrisse mai nulla, l’Insegnamento era tramandato solo oralmente e in segreto.
LA CASA DELLA VITA - PER ANKH
 
Pur avvolta nel massimo segreto, la “Casa della Vita” manifesta la sua esistenza sin dall’Antico Impero. Il mito racconta che quando gli Dei regnavano sull’Egitto utilizzavano un’opera intitolata “Libro di fondazione dei templi per gli Dei della prima Enneade”, quest’opera era poi stata redatta in linguaggio sacro e misterico da Imhotep, grande Architetto e grande sacerdote di Ptah. La celebre Stele della carestia, il cui originale risale a Re Zoser (III Dinastia) che  Re convocò il suo visir e saggio architetto Imhotep figlio di Ftah per conoscere le cause dell’assenza della piena del Nilo, questi andò alla Casa della Vita a Hermopolis, per consultare gli antichi libri e nella Stanza dei Libri e svolse gli scritti di Thoth.  
 
Il Papiro Salt 825 (Brit. Mus. 10051) XIX dinastia, contiene le regole per la costruzione della “Casa della Vita” indicandone la planimetria, essa deve essere in Abido.

 
FIGURA 1. IMHOTEP
 
La Casa non deve essere né conosciuta né vista, ma il Sole deve guardare i suoi Misteri. Chi vi può entrare è il personale di Ra e gli scribi della “Casa della Vita”. Per quanto riguarda il personale stabile, il sacerdote “calvo” è Shu, lo sgozzatore è Horus che uccide i ribelli per suo padre Osiride, e lo scriba dei sacri libri è Thoth, lo stesso che deve recitare le glorificazioni rituali nel corso di ciascun giorno, non visto, non udito. Puri di bocca e riservati di corpo e di bocca, essi sono lontani da improvvisa morte. Nessun Asiatico dovrà entrare (nell’edificio) né dovrà vederlo … I libri che sono contenuti in esso sono le emanazioni di Ra e servono a mantenere in vita questo dio e a rovesciare i suoi nemici. Il personale stabile della “Casa della Vita” (è costituito) dai seguaci di Râ che proteggono suo figlio Osiride ogni giorno”.
 
Maimonide, il grande teologo e storico ebreo, che un tempo fu quasi divinizzato dai suoi concittadini e poi trattato da eretico, fa notare che, quanto più il Talmud sembra assurdo e vuoto di senso, tanto più sublime è il suo significato segreto. Questo dotto ha luminosamente dimostrato che la magia caldea, la scienza di Mosè (istruito in sapienza dagli egizi) e di altri eruditi taumaturghi, era interamente fondata su di una vasta conoscenza dei vari e adesso dimenticati rami della scienza naturale. Perfettamente al corrente di tutte le risorse dei regni vegetale, animale e minerale, esperti nella chimica e nella fisica occulte, e anche fisiologi com’erano, non c’è da stupirsi se i diplomati o adepti istruiti nei misteriosi santuari dei templi potevano fare meraviglie che anche ai nostri giorni illuminati apparirebbero soprannaturali. É un insulto alla natura umana marchiare la magia e la scienza occulta col nome di impostura. Credere che per tante migliaia di anni metà del genere umano abbia praticato l’inganno e la frode sull’altra metà, equivale a dire che la razza umana era composta solo di furfanti e di idioti irrecuperabili.
 
I libri della conoscenza indiani, noti come i Veda, furono scritti da Sette Saggi dopo il Diluvio per salvaguardare la conoscenza. In Egitto i Testi della costruzione di Edfu descrivono la conoscenza di Sette Saggi attraverso la quale si intendeva ricostruire, in questa terra, il mondo come era all’epoca del Primo Tempo, quando regnavano gli Dèi. I testi di Edfu ci narrano anche che il metodo usato da quei saggi consisteva nella creazione delle “sacre colline”, le piramidi nei luoghi ritenuti consacrati alla divinità.
 
Il sacerdote egizio Abammon attribuiva a Thoth-Ermete 12.000 libri, mentre Manetone ne attribuiva ben 36.000. Al tempo di Clemente Alessandrino esistevano, secondo la sua affermazione solo 42 libri sacri, anch’essi perduti. Nel 48 a.C. fu incendiata per ordine di G. Cesare la Biblioteca di Alessandria d’Egitto che conteneva ben 700.000 volumi che racchiudevano il sapere le conoscenze di tutti i popoli.
 
La raffigurazione simbolica della Casa della Vita riportata nel papiro di Saly 825 mostra un grande muro, su cui si aprono quattro porte, isolandola dai profani. All’interno vi è un cortile di sabbia, nel centro una raffigurazione di Osiride, in piedi, in una cassa da mummia e rivolta verso il geroglifico Ankh, sulla destra in alto nel riquadro interno.

 
FIGURA 2. SIMBOLI CASA DELLA VITA
 
Tutto intorno al riquadro interno vi sono i geroglifici con i nomi degli Dèi: Thoth, Iside, Nephitys, e così via. Intorno al riquadro esterno sono riportati i nomi dei quattro punti cardinali e come tempio rappresenta uno spazio sacro. Il suolo è di Geb, il soffitto e della dea Nut. La parola dell’antica lingua egizia che è tradotta con mago, letteralmente sarebbe scriba della Casa della Vita.
 
Il personaggio più enigmatico è detto il Calvo, fedele di Horus, egli vegliava sui riti di resurrezione di Osiride. Secondo un testo di Dendera, egli è seduto su una stuoia di canne e indossa una pelle di pantera. Altro segno distintivo: una ciocca di capelli di lapislazzuli, materia carica di grandi potenzialità divine[1].
 
La Casa della Vita era sotto la protezione della dea Seshat che in compagnia del dio Thoth regna sulla formulazione della lingua sacra. La testa della dea è sormontata da una stella a sette punte, inoltre la dea indossa una pelle di leopardo, simbolo del mistero dell’iniziazione. Sette sono i raggi del disco solare sulla testa di Thoth, il dio dell’insegnamento segreto, le sue lettere iniziali e finali (Tau) sono l’Alfa e l’Omega della Sapienza Divina e Segreta.
 
FIGURA 3. LA DEA SESHAT E IL DIO THOTH
 

Il carattere di segretezza che avvolgeva tale istituzione e i testi magici qui contenuti emergono anche da un altro passaggio del Papiro Salt 825 che tratta di un libro da farsi il ventesimo giorno del primo mese dell’Inondazione. La prescrizione è la seguente: “Non devi divulgarlo. Chi lo divulga muore di morte improvvisa e di subitanea soffocazione. Devi tenertene assai lontano: attraverso di esso si vive o si muore. Deve essere letto solo da uno scriba del laboratorio il cui nome si trovi nella “Casa della Vita” “.
 
La Conoscenza era paragonata al volto velato d’Iside, una Pura Luce capace di stroncare il candidato se il suo cuore non era preparato a riceverla. Quando Mosè, il Sommo Sacerdote di Israele chiese al Signore di mostrargli il suo volto, Egli rispose che non poteva vederlo e pertanto lo avrebbe coperto con la propria mano quando Egli passava[2]. E quando Mosè ritornò dal Monte del Signore, la pelle del suo viso era diventata raggiante … ed egli si mise un velo sulla sua faccia[3] … e mise il velo sulla faccia del Pentateuco oscurando la Rivelazione ai profani.
 
L’insegnamento impartito era in realtà un addestramento misterico, che forniva la conoscenza arcana tramite un percorso di evoluzione interiore. Solo viaggiando come un Defunto nell’oltretomba, cioè nei mondi sottili,  il discepolo poteva pervenire alla conoscenza di ciò che in esso. Le Case della Vita erano dei centri iniziatici in cui si svolgevano i vari gradi di morte e rinascita simbolici, ma estremamente reali chi falliva moriva.  Non per nulla al centro era posto Osiride.  All’inizio i testo conosciuto come il Libro dei Morti e il Libro di cosa c’è nell’Oltretomba, fossero destinati a chi doveva passare attraverso i gradi iniziatici.
 
Nella Casa della Vita erano educati i sapienti dell’antico Egitto e la Casa della Vita era il luogo deputato alla conoscenza e all’interazione tra i saperi. Il simbolo egizio è l’unione di “Pr” (Per) cioè casa, un rettangolo aperto nella parte inferiore, e di “Ankh”, la croce ansata, che significa vita.
 
Il Re era anche noto come il Maestro dei Costruttori, egli costruisce il Tempio il Set-ib, o il posto nel cuore, secondo le proporzioni originarie stabilite nel Libro della Fondazione. I testi delle piramidi affermano che il Re ha unito i Cieli e ha costruito la città di Dio intesa come mezzo di comunicazione fra il Cielo e la Terra.
 
Il nome egizio di Re o Faraone è Pra, che significa la “Grande Casa”, il Faraone è dunque Per-aa ossia la Grande Dimora e come figlio di Râ il suo nome diviene Per-aa-Sa-Râ.
 

   
[1] Christian Jacq Potere e Sapienza nell’Antico Egitto.
[2] Esodo, XXX III, 22.[3] Esodo XXXIV, 29-35.
UNA SCIENZA IGNOTA
 
Le illustrazioni su ogni genere di libro che tratta di storia, archeologia riferite agli Egiziani e alla costruzioni delle piramidi sono piene di disegni di rampe, carrucole, schiavi e operai sottoposti ad un lavoro massacrante in obbedienza ai desideri di un Faraone despota. Poiché nulla deve essere dato per scontato, cerchiamo di fare chiarezza su come fu costruita la meraviglia del mondo. Il racconto di Erodoto che sarà analizzato in “Egitto Terra del Mistero II” è sibillino, numeri è personaggi sono velati dal linguaggio misterico.
 
Secondo calcoli moderni la Grande Piramide consiste di 2.300.000 blocchi e per terminare la costruzione in vent’anni gli operai dovevano lavorare dieci ore il giorno per 365 giorni l’anno e mettere un blocco ogni due minuti. Poiché Erodoto ha scritto che gli operai lavoravano tre mesi l’anno, il numero dei blocchi al minuto sale a quattro. Si dice che furono costruite delle rampe che crescevano in larghezza di base man mano che aumentava l’altezza della costruzione, alla fine per realizzare una rampa con pendenza un decimo occorreva realizzarla lunga 1460 metri con un apporto di materiali tre volte maggiore quello necessario per la Grande Piramide. Dopo la costruzione dove erano stati portati gli stimati otto milioni di metri cubi di materiale usato per la rampa? Madame Akila esperta egittologa, insegnate dell’Università del Cairo affermò sconsolata:
 
Secondo me nessuna delle teorie tradizionali sulla costruzione della Piramide di Giza è sostenibile, con la teoria dello “spingi e tira” ci si occulta una scienza e una tecnica che sono inimmaginabili. Il fallimento dell’esperimento giapponese del 1978 è un indizio in questo senso.[1]
 
L’esperimento citato da Madame Akila è curioso e divertente nei risultati. Un’équipe guidata da un luminare dell’Università Waseda di Tokyo, il prof. Sakuji Yoshimura, tentò con mezzi moderni di avvallare un dogma dell’egittologia: costruire una piramide e dimostrare che gli antichi avevano voluto seguire quella via. La piramide in costruzione logicamente non poteva essere alta più di centoquaranta metri, ci si accontentò di soli 12 metri. Con questo esperimento che doveva essere documentato dalle telecamere, secondo i luminari della scienza, si dovevano mettere a tacere una volta per sempre tutte le fantasie non scientifiche. I risultati ottenuti sfiorarono il ridicolo, dopo un’altezza di sei metri, nei muri si aprivano crepe e gli operai puntellarono la costruzione. Il trasporto del materiale da una cava vicina dei blocchi di pietra su slitte di legno fallì miseramente le slitte non reggevano il peso. Si trasportarono perciò i blocchi con gli autocarri, le pietre vennero fresate con i macchinari e non a mano, poi anziché usare le rampe si usarono le gru. Ad un certo punto le autorità egiziane non ne poterono più e vietarono la continuazione di quel ridicolo esperimento.
 
Una leggenda araba narra che quando il Faraone costruì le Piramidi, pietre immense furono posate su fogli di papiro sui quali erano stati tracciati dei simboli arcani, poi esse furono percorse da un bastone ed allora si mossero galleggiando in aria percorrendo un tragitto pari ad un tiro d’arco. Masudi racconta che i costruttori delle piramidi utilizzavano vibrazioni acustiche intonate su una precisa frequenza per sollevare e trasportare i blocchi di pietra. Questa leggenda descrive un’azione magica, capace di annullare momentaneamente la forza di gravità, ma la Magia degli antichi a differenza di quella dei moderni, era Scienza, Conoscenza delle leggi della natura, una Scienza ormai apparentemente perduta, quella di Maat. Ananda Coomoraswamy nota la stretta relazione delle parole mātrā, mātṛ, e māyā, “metro”, “madre”, e “mezzi magici” o “matrice”; mā “misurare” e nir-mā “delimitare” essendo costantemente impiegati non solo nel senso di dare forma e definizione, ma nel senso strettamente correlato di creare o dare alla luce.
 
Gli egizi credevano che il dio Thoth potesse creare qualsiasi cosa semplicemente pronunziandone il nome cioè con la voce, il verbo, e i maya narrano che il primo uomo ricevette la vita dal potere della voce. Anfione, gemello di Zete, con il quale cinse di mura Tebe, utilizzando ciclopiche pietre che da sole si posizionarono una sull’altra al suono della sua lira. Si racconta infatti, che quando suonava lo strumento le pietre lo seguivano. Apollonio Rodio, vissuto nel terzo secolo prima di Cristo, riferisce poeticamente nelle Argonautiche di Anfione che cantava "forte e chiaro accompagnandosi con la lira d'oro, seguito passo passo da grandi massi". Anfione era stato istruito da Mercurio, Ermes, cioè Thoth egizio tenutario di tutta la conoscenza. Secondo una versione del mito le mura magiche di Troia furono edificate da Apollo: le pietre si disponevano da sole l’una sull’altra al suono magico della Lira di Apollo.
 
Leedskalnin sembrava essere un tipo strano che viveva in un luogo chiamato Coral Castle, il castello di corallo … lui stesso aveva costruito questo posto con giganteschi blocchi di corallo, alcuni pesavano addirittura 30 tonnellate … in 28 anni aveva estratto e utilizzato per la propria costruzione 1.100 tonnellate di materiale … studiò qualche metodo segreto per spostare e sollevare blocchi giganti del peso di 6,5 tonnellate, più o meno il peso dei blocchi della Grande Piramide … Leedskalnin … dichiarava. “Io so come venivano erette le piramidi degli Egizi”. Ma si rifiutò di dirlo anche quando a visitarlo furono dei rappresentanti del governo … l’unico indizio furono alcune sue parole: “Tutta la materia consiste di magneti individuali, è il movimento di questi magneti nella materia attraverso lo spazio che produce fenomeni qualificabili come il magnetismo e l’elettricità”.[2]
 
I blocchi levigati posti alla base della Piramide di Cheope sono connessi con una tale precisione che non è possibile infilare fra essi un foglio di carta. Com’è stato possibile costruire la Grande Piramide muovendo dei blocchi giganteschi e contemporaneamente realizzando non solo rapporti costruttivi con numeri irrazionali, ma anche pendenze rigorosamente esatte.
 
Per loro costruire era facile”, afferma una tipica leggenda maya. “non dovevano far altro che fischiare e pesanti rocce si mettevano a posto da sé”… Una tradizione molto simile sosteneva che i giganteschi blocchi di pietra della misteriosa città andina di Tiahuanaco erano stati trasportati attraverso l’aria al suono di una tromba[3]. Graham Hancock, citando come fonte il cronista spagnolo spagnolo Pedro Cieza de Leone (il primo europeo ad esplorare Tiahuanaco) afferma che gli indios raccontarono che la città fu edificata in una sola notte, come per magia. “Tiahuanaco - scrisse - venne edificata in una sola notte, prima del Diluvio, da un popolo sconosciuto di Giganti”. Di quei giganti parlerà anche padre Bernabé Cobo nel 1610, quando si riferisce alle spoglie che il proprietario di Tiahuanaco, Juan De Vergas, ritrovò in diverse tombe della zona con scheletri di giganti. De Vergas morì senza fare il nome del luogo della sua scoperta.
 
A Karnak, tre obelischi, ricavati dal granito rosa estratto da Assuan, a ben 180 chilometri di distanza, sono in grado di produrre una vibrazione. Quale sia la loro esatta funzione nessuno lo può dire con certezza, forse il pilastro con il quale si raffigurava il dio Amon. Nel Museo del Cairo è conservato quello che resta dell’obelisco di Hatshepsut, proveniente da Karnak; in origine doveva essere alto trenta metri, adesso ne restano solo una decina. Fino a pochi anni fa la guida lo avrebbe percosso per far udire ai visitatori la bassa risonanza che emetteva e che durava per molti secondi, oggi è stato ancorato col cemento e non emette più nessun suono.
 
Si ipotizza che vi era una profonda conoscenza delle proporzioni armoniche per spostare blocchi e perforarli, come affermano Cristopher Dunn ed Walter Emery; una conoscenza ereditata in epoca anteriore. Alcuni templi egizi producono sonorità di bassa frequenza.
 
Tom Danley un ingegnere specializzato in acustica  ha lavorato per anni in un’azienda incaricata dalla NASA di condurre studi in campo acustico e vedere quali effetti producono sull’uomo. Si è recato in Egitto a misurare la risonanza acustica nelle piramidi. Danley si è accorto che il vento crea una vibrazione armonica compresa fra 16 e/o 50 Hz, di bassa frequenza, non udibile all’orecchio umano, simile ad un accordo “Fa Diesis” che corrisponde al centro di risonanza della terra, cosa testimoniata dagli antichi scritti egizi e a cui fa riferimento Dunn. Nella Grande Piramide le frequenze sono presenti anche se non vengono prodotti suoni, alimentate dal vento che penetra attraverso i vani. Quindi per Danley 2.500.000 di blocchi sono accordati sulla frequenza della terra Fa Diesis.
 
Il ricercatore e scienziato russo Vladimir Yashkardin ipotizza che gli egiziani utilizzavano antichi generatori di infrasuoni che operano sull’energia delle correnti d’aria. I trasmettitori di infrasuoni sono molto efficaci, poiché la velocità del suono è molto inferiore alla velocità di un’onda elettromagnetica. Vladimir Yashkardin elenca tra i ricevitori di vibrazioni manuali l’Ankh, il Djed e l’Ouas. Poiché l’infrasuono non può essere ascoltato, la sua presenza è stata rilevata dalle vibrazioni del risonatore del ricevitore.
 
[1] P. Krassa – R. Habeck, La luce dei Faraoni, Ipotesi su scienza e magia nell’antico Egitto, p. 14, ECIG.
[2] C. Wilson, Da Atlantide alla Sfinge, p. 297-8, Piemme.
[3] Graham Hancock, Impronte degli Dei. p.197, Corbaccio.


STRUMENTI NON SOLO SACRI MA DI POTERE

 
I Faraoni al pari dei Neter erano rappresentati con tre strumenti a volte separati altre volte uniti in un particolare bastone di potere, che rappresentavano contemporaneamente il potere temporale e spirituale. In questa sezione si cercherà di scoprire quale funzione nel mondo della forma avevano l’Ouas, lo Djed e l’Ankh e altri oggetti. L’unico Faraone il cui corredo si sia salvato dalle razzie dei ladri è Tut-Ankh-Amon. Tra gli oggetti trovati anche due trombe da guerra, considerate le più antiche fra tutte quelle ritrovate dagli archeologi. Altri oggetti rituali ritrovati in questa tomba sono la cassa che doveva contenere lo Djed, l’arca (sulla cassa di legno dorato) vegliata Upuaut-Anubi accovacciato, in funzione di guardiano del segreto hanno non solo un grande valore storico, ma anche misterico e scientifico perché ci informano dell’esistenza di una antica tecnica nel realizzare strumenti di potere.
 
Fohat in oriente, Vril in occidente[1], è il nome dato a un’energia cosmica (l’Anima Mundi), la cui azione è rotatoria e a spirale, cioè oscillante, le cui più grossolane manifestazioni sono  insite nella geoenergia emessa dalla rotazione del nostro pianeta. Questa energia appartiene al cosmo ed è apparentemente inesauribile, si dice rinnovabile, pulita, i suoi aspetti più materiali sono il cosmo-tellurismo, il magnetismo, l’elettricità non come la conosciamo noi, bensì quella cosmica detta in oriente l’Igneo Turbine.
 
A Numa il secondo Re di Roma, dobbiamo la creazione di un enigmatico collegio, quello dei Flamines Dialis, custodi del soffio terrestre, che nascondono nel nome l’energia del Fuoco Sacro. Costretti da severissime norme, dormivano in grotte sacre sopra un piccolo pertugio nel terreno. Il loro abbigliamento consisteva in una “camicia” dalle ignote funzioni e una sorta di stetoscopio con un filo di lana che captava il Soffio della Terra o l’afflato tellurico.
 
La fisica moderna ci insegna che in ogni trasmissione di energia c’è una trasmissione di informazioni. L’energia Vril portò agli antichi la conoscenza dello spirito della Terra (elettricità atmosferica) e dello spirito della Luce (l’elettricità abbagliante scoppiò in sfere di lampo). Quali informazioni possono trasmettere le nostre linee ad altissima tensione, mortali, disastrose per l’ambiente e la psiche umana?[2]
 
L’avidità è la caratteristica dominante della nostra cosiddetta civiltà. Stranamente, le leggi riguardanti la generazione di energia elettrica di buona parte dei paesi industrializzati vietano l’uso o la commercializzazione di apparecchiature che utilizzerebbero tale fonte di energia atmosferica, cioè gratuita. Tutto ciò che è gratuito, è illegale. Veniamo narcotizzati da false notizie il potere vuole formattare i nostri pensieri, consone a un “Grande Pensiero Comune”. Oltre alla sordida questione del denaro, c’è uno spreco non solo quantitativo, ma qualitativo di risorse energetiche, utilizzando tecnologie che avvelenano e impoveriscono il pianeta.
 
Il Vril che può essere canalizzato, e a seconda del caso, di curare o ferire, riequilibrare le energie sottili dell’essere su cui è diretto, o porre fine alla sua esistenza, folgorandolo come un fulmine. I Greci davano nome a questo strumento folgore di Zeus, tridente di Poseidone, gli Indù nel Ramayana vajra di Indra, e gli Olmechi lo xiuhcoatl, che significa “serpente di fuoco”. Sulle iscrizioni geroglifiche del tempio di Edfu si legge che il cobra reale era portato sul campo di battaglia e sputava fuoco, incenerendo così i nemici sull’istante. Con  Buddha, il vajra, strumento di morte fu trasformato in strumento di vita, curativo. Secondo la leggenda, Buddha ha avvicinato i punti del vajra, trasformando così l’arma letale in uno strumento di guarigione. Da allora, il vajra buddista con punte unite è diventato uno dei principali oggetti di culto del lamaismo tibetano.


[1] Sir E. Bulwer-Lytton, in Coming Race, descrive il VRIL usato dalle popolazioni sotterranee, e lascia che i suoi lettori lo credano una finzione. “Questi popoli”, dice, “sono convinti che nel vril sono arrivati all’unità degli agenti naturali dell’energia”.
[2] http://equinoxe30.blogspot.com/2014/07/vajra-foudre-des-anciens.html
URAEUS
 
L'Uraeus è un simbolo per la dea Wadjet, una delle prime divinità egizie, che spesso veniva raffigurata come un cobra. Il centro del suo culto era in Per-Wadjet, in seguito chiamato dai Greci Buto. Posto sulla fronte del Faraone, l’Ureo protegge il sovrano e i Faraoni divennero una manifestazione del dio del sole Ra. L’Uraeus era lo strumento con cui Iside ottenne il trono d'Egitto per Osiride.
 
La dea Wadjet viene da te nella forma dell’Uraeus vivente per coprire la tua testa con le sue fiamme. Si alza sul lato sinistro della testa e brilla dal lato destro delle tempie senza parole; si alza in testa ogni ora del giorno, proprio come fa per suo padre Ra, e attraverso di lei aumenta il terrore che ispiri negli spiriti ... non ti lascerà mai, sei tra i colpi anime che sono rese perfette ”. (Libro dei Morti).
 
Si narrava che l’Ureo sputasse veleno o fuoco dall’occhio infuocato della dea contro sui loro nemici del Re per proteggerlo. In alcune opere mitologiche, si dice che gli occhi di Ra siano uraei. L’Ureo si trova spesso su entrambi i lati del disco solare solitamente indossato dal dio del sole, conseguentemente l’ureo divenne l’Occhio di Ra. L’unico ureo conosciuto visto insieme a un Faraone sepolto fu quello trovato rappresentato nella maschera funebre di Tutankhamon. È formato con due serpenti d’oro che si narrava passassero da un Faraone all’altro.

 
FIGURA 1. TUTANKHAMON UREO
 
Questo cobra era dorato chiamato Neter-Ankh (Dio vivente). Nelle opere funerarie, il cobra è spesso raffigurato sputando fuoco. Si diceva che due cobra che facevano proprio questo proteggessero le porte di ogni “ora” degli inferi. Durante il periodo della tarda dinastia, furono mostrati in papiri funerari, anche urei che rimorchiavano la barca del sole. In tutti questi esempi, la natura protettiva del cobra è chiaramente dimostrata.
 
L’Ureo viene rappresentato sulla testa di Ra, mentre ingloba e protegge il Sole. Malgrado, il cobra sia l’Ureo, la sua figura divina non lo collega alla sua parte terrena. L’Ureo è un cobra, ma un cobra non è l’Ureo.
 
L’Ureo posto sul sole mentre ingloba il sole, protegge l’umanità. L’Ureo coronato dal Sole ne è il protettore e non il superiore. Il serpente nemico del sole (ai nostri occhi) è semplicemente complice dell’equilibrio cosmico. Se il serpente smettesse di ostacolare il percorso del sole cosa accadrebbe? Se l’Ureo non proteggesse più il Faraone, Ra e l’Egitto?

TAU
 
Il Tau degi Egizi era un talismano magico e, in egual tempo un emblema religioso. Il Tau, nel suo significato mistico, al pari della crux ansata, è l’Albero della Vita. Il perfetto Tau formato dalla linea perpendicolare (raggio maschile discendente, o spirito), dalla orizzontale (o materia, raggio femminile), e dal circolo mondano, era un attributo di Iside, e solo alla morte dello ierofante la croce egiziana veniva posta sul petto della sua mummia. Simbolo del duale potere generativo, era posto sul petto dell’iniziato dopo che la sua “nuova nascita” era avvenuta, e i Mistae erano tornati dal loro battesimo nel mare. Era il segno mistico che la sua nascita spirituale aveva rigenerato e unito la sua anima astrale con il suo spirito divino, e che egli era pronto a elevarsi spiritualmente alle beate sedi della luce e della gloria, gli Eleusini. Nel settimo grado il candidato veniva iniziato ai misteri finali, diventando un Ierofante, e riceveva una croce, il Tau, che, dopo la morte, gli sarebbe stata posta sul petto. Il Tau è l’alfa e l’omega della Sapienza Divina, la lettera iniziale e finale di Thoth. Nei miti greci il Tau era considerato formato dalla cifra 7 e dalla lettera gamma; come tale era considerato il simbolo della vita terrestre (perché Gamma è la prima lettera di Gaia, la Terra, ed il suo simbolo) e della vita eterna (essendo il 7 simbolo della vita terrestre collegata alla Vita Divina). È anche chiamata la croce astronomica, ed era usata dagli antichi Messicani - la si può vedere in un palazzo a Palenque - come pure dagli Indù, che imprimevano il tau come marchio sulla fronte dei loro Discepoli o Chela.                                                                                                                                                
                   
      

      
FIGURA 2. TAU E LABRIS  
Il Tau come arma assume la forma di Martello, e per la sua forma a T ha una forte somiglianza con la doppia ascia cretese la labris, un’arma simbolica a doppio taglio. La forma del Martello di Thor corrisponde a quella della porta pelasgica. Il Martello del Tuono, era noto col nome di Miölnar: ”... i Figli di Thor. Essi portarono con sé il Miölnar, non come arma di guerra, ma come strumento (Martello), col quale consacrare i nuovi Cieli e la nuova terra.” Il Martello di Thor è lo strumento del Dio Vulcano, colui che forgiò i Fulmini per Zeus, e le armi magiche degli Eroi. Sia il Padre degli Dei e degli uomini, che del resto fulmina i Titani e i Giganti, così Thor distrugge Dei e Uomini con la sua arma di pietra.
 
Su una stele del palazzo di Nebukadnezar (inizio del II millennio a.C.), il dio Ittita Teshub è rappresentato con l’ascia doppia e il fulmine; il “ Dio della spada” di Yazilikaya è bifronte; Hadad, dio delle tempeste presso gli Assiri ...è effigiato secondo lo stesso modello… in Roma stessa il bidental fu simbolo del fulmine... Il martello di Thor (altro simbolo del fulmine che, per la sua forma a T, è l’esatto equivalente della bipenne) torna sempre nel pugno del dio… le asce del tuono, sprofondatesi nella terra per nove cubiti, dopo nove anni spuntano dalla terra e tornano fuori. Il luogo dove si trovava un’ascia del tuono non sarebbe più stato colpito dal fulmine e, per tale ragione, le asce venivano poste sul tetto e sepolte sotto la casa. Chi ne portava una con sé acquistava forza e potere magico.[1]
 
Le asce del tuono, sono dunque legate al numero nove, che rappresenta il cerchio, il ciclo inevitabile di vita e di morte assegnato ad ogni esistenza, sia essa di un uomo, di una nazione o di una generazione. In tutte le armi a doppio taglio occorre ravvisare un’allusione al duplice aspetto di vita e di morte, di polarità, di potere creatore e distruttore. All’interno del grande tumulo di Carnac, furono trovate 39 asce di pietra, di cui 10 fatte di pietre preziose, tutte infilate nelle terra, col taglio rivolto verso l’alto, con l’evidente simbolismo iniziatico dei figli del serpente, d’annientamento della forma terrena, lato dell’ascia nella terra, e di vita eterna per lo spirito, lato dell’ascia rivolto verso l’alto.

[1] P. Santarcangeli, Il Libro dei Labirinti, la bipenne, p. 216, 220, Vallecchi Editore.
ANKH
 
La croce ansata egizia era formata da Tau e Cerchio, attributi di Iside che si trovano spesso sulle mummie. Il cerchio aggiunto al Tau è l’Uovo, simbolo di Vita e d’immortalità. La più sacra croce d’Egitto che sia stata portata nelle mani degli Dèi è l’Ankh. Gli egiziani rappresentavano Ankh, la “vita”, con la croce ansata . La sua parte superiore è il geroglifico Ru   posto sopra la croce del Tau. Il Ru è la porta.  Il cerchio e la croce sono inseparabili. Il cerchio della Croce Ansata è talvolta sostituito dal disco del Sole. La figura ricorda quella di un uomo con le braccia aperte nello spazio, l’uomo animato, vivente. Gli Dèi sono spesso raffigurati con un Ankh in mano, oppure sul petto. Un altro modo di rappresentare l’Ankh era quello sotto forma di nodo: in basso una croce, una X, in alto il Cerchio.

 
FIGURA 1. HORUS  CON IL NODO ANKH
 
L'impugnatura, o ansa, aveva un doppio significato, ma mai un significato fallico; come attributo di Iside, era il cerchio del mondo; come simbolo sul petto delle mummie rappresentava l'immortalità, un'eternità senza inizio e senza fine; ciò che discende e cresce sul piano della natura materiale, la linea orizzontale femminile sormontata dalla linea verticale maschile - cioè, il principio fecondante maschile nella natura, o spirito.
 
L’Ankh sotto forma di gioiello proveniente dal tesoro di Tutankhamen è inscrivibile in un doppio quadrato un rettangolo 2/1 come il pavimento della Camera del Re della Grande Piramide, lo stesso rapporto 2/1 si ritrova nelle pitture murali, e non come è comunemente detto in un rettangolo aureo. L’Ankh per il ricercatore russo Vladimir Yashkardin è un ricevitore molto semplice e perfetto di energia sonora costituito da un risuonatore, un dispositivo di corrispondenza e un’antenna, la parte terminale dell’Ankh. Ankh come un diapason vibrerà nella mano di una persona quando si sintonizza sulla frequenza di energia desiderata.                                                                                               
                
     

                                           
FIGURA 2. ANKH 2/1 PROVENIENTE DAL TESORO DI TUTANKHAMON – PITTURA MURALE
 

DJED

 
Djed Ded o Zed, tradotto come stabilità, presenza, nessuno conosce il suo significato originario. Un giorno i testi sacri lo legarono indissolubilmente a Osiride che lo rappresentarono con la sua spina dorsale. Lo Djed è una colonna, simbolicamente quella di Osiride, generalmente segnata da cinque strisce e sormontata da quattro capitelli sovrapposti, un Quattro, la forma, sormontato dal Quinto elemento, lo Spirito, simboleggiato dal Disco Solare, e come tale rappresenta l’uomo unito con il suo spirito. Il Djed è il principio di stabilità che porta i Quattro Elementi che costituiranno l’esistenza formale. Il Djed diverrà il Ka quando vi sarà incarnazione. Per gli iniziati, Djed nasconde il simbolo della Luce interiore, l’illuminazione, l’ascesa lungo la colonna vertebrale della triplice energia noto in oriente come Kundalini, “sa-ankh” degli egiziani.

 
FIGURA 3. DJED - RAPPRESENTAZIONI ANKH E DJED SU FIGURE UMANE AD ABIDO
 
Nei Testi delle Piramidi lo Djed è raffigurato nell’atto di reggere la volta del cielo. L’Ankh, l’Ouas, e lo Djed sono spesso raffigurati assieme come se rappresentassero un potere ternario.
 
Vladimir Yashkardin afferma che lo Djed è un amplificatore di energia acustica. Djed è una pila in ceramica su cui i dischi risonanti sono posti in cima, e abbinati in coppie per determinati battiti. Lo Djed o Zed può essere considerato un condensatore grafico dell’energia a più stadi, un condensatore architettonico di energia a più piani, uno Djed vivente, una vera serie di pile attivanti che dispiega i suoi poteri gradatamente. Esso funziona come un diapason, che si sintonizza con le energie del Cielo e della Terra e crea analoga sintonizzazione con le energie dell’Iniziato.

 
FIGURA 4. TOMBA DI TUTANKHAMON CONTENITORE DELLO DJED[1]
 
Vladimir Yashkardin scrive che quando il 4 novembre 1922, la spedizione di Carter scoprì la tomba di Tutankhamon, piena di oro e tesori, fotografarono tutto. È stato anche trovato uno Djed, che non è mai stato mostrato, nella foto sotto il numero 50 vediamo la sua cassa o contenitore. Gli inglesi scrivono che la cassa è stata saccheggiata (da chi se non è entrato nessuno, forse da loro stessi) e che conteneva un arco e frecce con frecce. Ma lo Djed era stato conservato in questa cassa, è chiaramente visibile nei due blocchi laterali realizzati a forma di Djed. Commenta Vladimir: perché affermare che all’interno della cassa c’erano le freccette o stiamo avendo allucinazioni? Non credi ai tuoi occhi o cosa? In definitiva gli inglesi hanno deliberatamente taciuto sullo Djed conservato nella cassa. Vladimir allega le fotografie ricolorate (Università di Oxford) del ritrovamento del 1923.
 
 

OUAS – WAS
 
Diodoro Siculo aveva fatto una dichiarazione molto interessante riguardo alle insegne del faraone egiziano. Disse che il Faraone e i sacerdoti portavano uno scettro a forma di aratro. È ovviamente strano vedere il faraone egiziano reggere uno scettro a forma di aratro. Lo scettro era non associato alla "fertilità e abbondanza", come ci si aspetterebbe naturalmente. Al contrario, in tutto l'Egitto dinastico, lo scettro era un simbolo di "potere" e "dominio" e, in epoche successive, rappresentava anche "il controllo delle forze del caos". Gli egittologi non hanno idea di dove abbia avuto origine questo scettro e di come tali connotazioni si siano associate ad esso.
                                           
Lo scettro OUAS o UAS era un bastone con una forcella all’estremità inferiore e nella parte superiore, leggermente ricurva, la testa stilizzata di un animale posto in cima al bastone. Lo scettro Ouas è posto nelle mani di tutti i Neter e gioca un ruolo molto importante. La parte superiore anziché rappresentare come è generalmente detto non somiglia  a un canide, ma piuttosto a una testa di asino, simbolo di Seth.

 
FIGURA 5. HORUS ANUBIS[2] E AMON CHE IMPUGNANO  L’ANKH (DESTRA) E L’OUAS (SINISTRA)
 
Nello spirito faraonico, non si adora l’animale, ma si riverisce in lui l’incarnazione di una funzione specifica di cui è il simbolo, è la funzione che è il Neter e non l’animale. R.A. Schwaller de Lubicz spiegando il simbolo ci ricorda l’iconografia del diavolo nel medioevo, una testa di fauno con le orecchie appuntite e con le gambe di capro. La separazione è l’azione di Seth. Si tratta dunque di un bastone vivente separato dal suo principio e caduto nella dualità visualizzata nella forcella terminale.
 
Gli Dèi, i Neter impugnano nella mano destra l’Ankh e nella mano sinistra l’Ouas, la destra rappresenta le forze spiritualizzanti, la sinistra quelle materializzanti.
 L’Ouas è lo scettro del potere materiale, oltre che simbolo è lo strumento che agisce nel mondo fisico. La forcella inferiore è un diapason, un risuonatore. L’asta con cui è realizzato l’UAS deve essere un buon conduttore sonoro. L’estremità superiore  è una piastra che guida il suono nella giusta direzione. L’asta era impugnata in posizione verticale, con la parte superiore ricolta all’esterno, ma davanti al viso e la forcella inferiore, il diapason sollevata da terra.  Gli Ouas per Vladimir Yashkardin sono dispositivi che consentono di trasmettere un’onda sonora a breve distanza[3]. È simbolo e strumento del potere divino che gli dei trasmettono al Faraone come distintivo del suo potere.   
 
[1] Griffith Institute, Università di Oxford, colorata da Dynamichrome.
[2] Horus rilievo tempio di Kalabsha. Anubis pittura murale tempio di Denderah. Fotografie Philippe Cophile.
[3] http://softelectro.ru/scirocco.html#M4.3.


L’UNIONE DEI TRE SIMBOLI OUAS, DJED, ANKH

R.A. Schwaller de Lubicz spiega che le strombature delle grandi porte d’ingresso del tempio sono spesso adorne di bande orizzontali di bassorilievi raffiguranti i tre simboli Ouas, Djed, Ankh, posti sul canestro che ricorda quello chiuso e segreto dei Misteri di Dionisio e che in Egitto, significa tutto. Si tratta dei Tre Principi in potenza, emanati dal Principio. I Tre sul canestro sono il mistero dell’incarnazione dello spirito. Il canestro di Dionisio era però chiuso, questo ha forma di luna crescente, una barca, un’arca.
Sappiamo che Shou e Tefnut sono i due “gemelli”, figli di Ra. Ankh è per il dio Shou, che Ouas è per Tefnut. Ankh quindi esprime la vita, la vitalità e si manifesta attraverso l'aria che respiriamo. Ouas esprime potere sugli esseri striscianti ... Ankh e Ouas, costituiscono l'origine del terzo segno dello zodiaco, il segno dei Gemelli, nel simbolismo astrologico.
A livello energetico fisico i tre simboli rappresentano tre energie che scorrono verticalmente nel corpo umano conosciute in oriente come Ida (+), Pingala (-), Sushumna (+/-), la prima solare Ida-Ankh, la seconda lunare Pingala-Ouas, Sushumna-Djed l’equilibrio, quella centrale. Simbolicamente “Albero della Vita”, e i due serpenti lo Spirito e la Materia, i Tre in Uno.
La raffigurazione per chi vede è a destra l’Ouas, al centro lo Djed e a sinistra l’Ankh. Se ci mettiamo con le spalle alla rappresentazione allora a destra è l’Ankh e a sinistra l’Ouas.

                                                        FIGURA 1. ANKH DJED OUAS

LE CORONE DEL NETER-RE

Ad Abido in una tomba, scolpito su una stele votiva (3° registro) si trova scritto:
Salute a te, o Osiride, figlio maggiore di Geb; tu il più grande del Sei Dei emanati dalla dea Nut, tu il più grande e prediletto di tuo padre Râ, re della durata, Maestro dell’Eternità … radunasti tutte le corone sulla testa e vi attaccasti l’Uraeus (il cobra sacro).
Schwaller de Lubicz scrive che la corona è qualcosa di più che un emblema, essa sostituisce nel Re umano il pensiero, il destino, il carattere personale ponendo al loro posto, nel caso del Faraone, un Neter. Il dono della corona sui bassorilievi è sempre fatto da un Neter; sarà dunque la funzione rappresentata da questo Neter a trasmettere la corona.
La Corona per  gli antichi egizi era riservata alle divinità ed al sovrano come simbolo del potere con attributi magici-identificativi e fin dal periodo predinastico l’iconografia egizia e la statuaria ne mostrano un numero notevole. Quelle prettamente regali venivano chiamate “le grandi di magia” ed un testo ci narra che il Re Defunto divorava corone per acquisire la loro potenza e forza nel pericoloso viaggio nella Duat.
Sui bassorilievi del tempio di Séti I, ad Abydos, Osiride indossa corone nelle forme più diverse. Graham Hancock sottolinea un'anomalia: “Tali corone costituiscono un elemento essenziale del costume dei faraoni. Stranamente, tuttavia, in due secoli di scavi, gli archeologi non hanno mai trovato un singolo esemplare di corona reale, nemmeno un frammento, per non parlare il copricapo cerimoniale contorto associato agli dei della Prima Volta”. Non c’erano corone nei sarcofagi. Il Re non veniva seppellito con la sua corona. Gli scavi archeologici non ne hanno portato alla luce nessuna. Viene da chiedersi perché.
Gli egittologi tendono a pensare che fosse fatta su misura in occasione di ogni nuova incoronazione. Oppure tali cimeli dal grande valore tradizionale e religioso furono nascosti dai loro possessori in qualche luogo segreto, allorché la fine del regno egizio si avvicinava, proprio per sottrarli alla distruzione? Secondo le narrazioni sacre degli antichi Egizi, erano accessori sacri, consegnati ai re dagli déi stessi, i Neter. Un chiaro passaggio di potere, una linea diretta dal cielo alla terra.
Numa    il secondo Re di Roma secondo la tradizione, era un sacerdote iniziato etrusco e a lui si deve l’istituzione del Collegio dei Lucumoni, formato da 60 sacerdoti abbigliati con la veste di porpora, la catena d’oro, il tutulo conico sul capo che funge da ricettore celeste. In mano il lituo, lo scettro ricurvo sormontato da un’aquila, che emetteva onde sonore.
Una delle corone più antiche è senz’altro la corona bianca (hedjet), che già appare in raffigurazioni predinastiche ed è legata all’Alto Egitto. Nelle raffigurazioni della corona bianca risalenti all’Antico Regno appaia sulla parte inferiore della corona una sorta di cuffia aderente al capo, così da far pensare che l’accessorio venisse realizzato su misura, affinché si adattasse perfettamente alla testa di chi la portava. Anche la corona rossa (deshret) sormontata da un ureo o cobra, simbolo del basso Egitto compare su diverse raffigurazioni predinastiche ed è, quindi, di origini molto antiche.
Un problema che vale per quasi tutti i copricapo egizi. Ancor più difficile è l’identificazione dello strano “ricciolo” che s’innalza verso l’alto e che potrebbe essere derivato dal simbolo dell’ureo (cobra) del Delta. È infatti la corona tipica della dea Neith, signora di Sais e divinità del Delta per eccellenza, sin dal Predinastico. Da questi due copricapi è formata la corona doppia (sehemty).
Altrettanto antico è il copricapo nemes, quella sorta di fazzoletto pieghettato che si portava calato sulla fronte, dietro le orecchie, e che ricadeva, annodato, lungo la schiena. Era spesso accompagnato dal diadema dell’ureo (cobra) posto sul mezzo della fronte.
La corona atef è costituita da una corona bianca affiancata da due penne di struzzo, cui nel Nuovo Regno si unirono delle corna di ariete oppure di toro, talvolta anche un disco solare e un ureo sulla parte anteriore del copricapo. Nel Nuovo Regno, inoltre, appare un tipo di corona atef portata da Osiride che non vede nella parte centrale del copricapo la corona bianca, bensì quella rossa.
                        La corona atef era la classica corona degli dèi, portata da Osiride, Horus, Ra, Amun, Ptah, Min, Hathor, Iside e anche Sobek. Appare invece sulla testa dei faraoni soltanto a partire dalla XVIII dinastia. È la regina Hatshepsut a portare per prima la corona atef. Dopo di lei: Amenophis III, Ramesse II, Ramesse III e alcuni regnanti della dinastia dei Tolomei.

FIGURA 1. CORONA ATEF DEL RE SAHURE, 5° DINASTIA[1].
La corona blu (chepresh) o corona di guerra fa la sua apparizione nel Secondo periodo intermedio e poi domina il Nuovo Regno. Un copricapo dalla cima arrotondata ornato dall’ureo. Il materiale di cui era fatta la corona potrebbe essere stato metallico.
A partire da una certa epoca, tutte queste corone portavano sulla parte anteriore l’ureo (cobra), il serpente tipico del Delta che non aveva soltanto la funzione di richiamare alla memoria la dea Uto/Wadjet del Basso Egitto, ma anche quella di ricordare un elemento ricorrente dei racconti teogonici di Edfu: l’arma mortale del cobra inceneritore. Le leggende sacre raccontano che questo serpente si trovava sulla fronte di Horus quando il dio andava sul campo di battaglia accompagnato dai suoi Shemsu-Hor. Con il suo alito infuocato l’ureo inceneriva il nemico. Sempre grazie ai miti teogonici sappiamo che quest’arma letale veniva custodita in uno scrigno deposto nella fortezza orientale della città Per-Sopdu. Questo centro del Delta rivestì in periodo dinastico grande importanza. A Per-Sopdu si ergevano diversi santuari, le cronache egizie ci dicono però che proprio qui, nelle stanze ipogee di un complesso sacro, venivano custodite le tombe degli Dèi.
Non c’è da stupirsi che non ne abbiamo trovato traccia. Queste acconciature con forme tecnologiche erano inestimabili e non meno pericolose. La più impressionante è la corona di Atef, che sembra misurare più di cinquanta centimetri. Secondo il Libro dei Morti, la corona Atef era un dono di Ra: “Ma dal primo giorno in cui l'ha indossata, Osiride è stato sottoposto a forti dolori alla testa, e quando Ra ritorno verso sera, Osiride si è lamentò dicendo che la sua testa era irritata e gonfia dal calore della corona. Ra allora iniziò a far defluire il pus e il sangue infetto”. Che tipo di corona era per generare calore e causare sanguinamenti e ferite ferite? La descrizione parla da sola: era un dispositivo pericoloso ...


[1] Fonte: touregypt.net.
IL GUARDIANO DEL SEGRETO DELL’ARCA

R.A. Schwaller de Lubicz riporta in “La Teocrazia Faraonica”, una rappresentazione misterica di Anubi, sotto forma di lupo nero, come Upuaut, “Colui che apre le vie” accucciato sul cofano rappresentato come un’arca munita di due aste per il suo trasporto, come “guardiano del segreto”. Il nome Up Uaut significa “colui che apre le vie”, poiché era colui che, in terra nemica, guidava i guerrieri. Upuaut, “Colui che apre le strade”, figlio di Iside, è il dio dal corpo di lupo della morte e della guerra, venerato in particolar modo ad Abido. Viene raffigurato come un uomo vestito da soldato con la testa di lupo o sciacallo, con pelliccia grigia, bianca o marrone, solitamente con mazza ed arco nelle mani.
Vladimir Yashkardin c’informa allegando una fotografia, che nella tomba di Tut-Ankh-Amon oltre a Djed, e a risuonatori a tubi, è stata trovata anche la fonte di energia dell’Arca con Upuaut-Anubi accovacciato sulla cassa di legno dorato, in funzione di guardiano del segreto, direbbe R.A. Schwaller de Lubicz, sui cui contenuti gli inglesi non sono disposti a parlare. Il libro dell’esodo ci informa che Mosè e gli Ebrei, in fuga dall’Egitto, hanno portato con sé  qualcosa di simile, cioè l’Arca dell’Alleanza, uno strumento fonte di energia, capace di dividere in due  il mare per permettere il loro passaggio e molto altro.

La cassa, l’arca, i sarcofaghi di granito, secondo Vladimir Yashkardin, trovati nelle piramidi senza mummie, sono dei risuonatori. Il risonatore dovrebbe essere composto da due parti: un contenitore massiccio con coperchio che compongono il sarcofago o l’arca.

FIGURA 1. IL GUARDIANO DELL’ARCA FOTO DEL CORREDO DI TUT-ANKH-AMON[1] E RAPPRESENTAZIONE AD ABIDO
Questa cassa di legno dorato vegliata da Upuat Upuat, “Colui che apre le vie” è anche colui che porta la morte ai nemici, potrebbe essere una copia della cassa o scrigno d’oro del Dio Ra.

L’ARCA D’ORO DI RA

Nel dicembre 1884 l’egittologo svizzero Édouard Naville stava eseguendo un sondaggio nel Basso Egitto, a nord-est del Cairo nel Wadi Tumilat per conto del fondo di esplorazione egiziano. Andò a Saft-el-Henneh (Saft el-Hinna), Naville trovò un naos dedicato a Sopdu, il luogo era l’antica Per-Sopdu. In seguito fu scoperto che il naos era uno dei quattro che dovevano essere nel tempio, anche gli altri tre naos furono scoperti, sebbene in altri luoghi nel Delta e non in situ. Uno era dedicato a Shu; parti di esso furono trovate ad Abukir ed è comunemente chiamato “Naos of the Decades”. Un altro era dedicato a Tefnut e uno poco conservato fu scoperto ad Arish. Tutti tranne l’ultimo (a causa della sua scarsa conservazione) sono ritenuti attribuibili al Faraone Nectanebo

FIGURA 2. SET E SOPDU[2]
Un tempo dunque lì si trovavano dei templi, in uno di essi, dedicato al Dio Sopdu, nel santissimo, c’era un naos, una pietra prismatica eretta con la punta  piramidale, quasi fosse una forma di ben-ben di granito nero esposto al Museo Egizio di Ismailia.
Che cosa si sa di questo dio Sopdu? Questa divinità, tra le principali adorate nella zona di Serabit, è conosciuta anche con il nome di Horus di Shesmet, il cui nome compare, infatti, negli antichissimi testi delle piramidi. Se in tempi più recenti veniva raffigurato spesso come un falco con due alte piume sul capo, nelle immagini più antiche appariva sotto forma umana e con lineamenti, barba fluente, pettinatura e colorito tipici di un asiatico. Nel suo ruolo di guardiano di frontiera è stato mostrato come un guerriero del Vicino Oriente, non per nulla era detto anche Signore delle terre straniere e Signore del deserto orientale. Per-Sopdu delle origini, e cioè quella città sacra che ancora portava il nome di Hut-Nebes, è indicata dai geroglifici del naos di granito come il luogo in cui s’innalzava una collina sacra cui potevano accedere soltanto gli Dèi. Lì si trovava il palazzo di Ra. Negli edifici situati sul colle vi erano inoltre misteriose stanze sotterranee, un labirinto? E poi, sempre su quell’altura del segreto, c’era la Porta del Cielo.
Sulle pareti esterne del naos di granito nero sono scolpiti dei racconti mitologici riguardanti gli Dèi Ra, Shu, Tefnut, Geb, e in particolare uno che riguarda lo scrigno d’oro di Ra:
“Ra, il dio del cielo e della terra, fece costruire a Iunu (Heliopolis) uno scrigno d’oro nel quale custodiva il suo scettro, un ricciolo di capelli e il suo ureo (il cobra femmina in posizione). Questa cassa, dopo la morte di Ra, fu conservata in una fortezza situata al confine orientale. Con l’ascesa al trono di Geb, il quarto re d’Egitto, la cassa fu risvegliata dal suo sonno. Si decise di aprirla, e il sigillo che la proteggeva fu spezzato davanti al monarca. Immediatamente dallo scrigno balenò un raggio infuocato che uccise i compagni di Geb e procurò gravi ustioni al re stesso.”[3]
Il Ra menzionato dal naos, dalla pietra nera è un Re appartenente alle Dinastie Divine, considerato dopo Ptah, il secondo Re d’Egitto, il primo della Grande Enneade. Geb è il quinto Re d’Egitto, il quarto dell’Enneade. Geb, che regnava sull’Egitto divise il Regno tra i due fratelli: a Osiride toccò l’Egitto Superiore ed a Seth andò l’Egitto Inferiore. Iside divenne la sposa di Osiride e Nefty fu fatta sposare a Seth.
Uno scrigno d’oro che, una volta aperto, sprigiona un raggio inceneritore. Il cofano d’oro di Ra assomiglia in modo più che evidente all’Arca dell’Alleanza, con la differenza che il mitema del naos è molto più antico della narrazione biblica. La Bibbia narra che quando Mosè fuggì dall’Egitto portò con sé “i contenitori sacri degli egizi”.
L’Arca dell’Alleanza ebraica al suo interno custodiva tre oggetti: la manna caduta dal cielo, le Tavole di pietra, e il bastone di Aronne. L’arca di Ra custodiva anch’essa tre oggetti, un ricciolo d’oro, l’ureo e lo scettro.
La verga di Aronne e la manna appartengono alle dieci cose di potere divino che appartengono alla tradizione misterica ebraica. Nel trattato Pirchè Avot (5, Mishnà 6), che fa parte del Talmud babilonese, è scritto che dieci cose furono create alla fine Sesto Giorno della creazione del mondo. Gli Ebrei narrano che la verga creata al tramonto del sesto giorno, fu data ad Adamo che la diede a Enoch, poi passò a Noè fino a Giuseppe che la portò in Egitto. Un Midrash narra che pietre preziose scendevano dal cielo assieme alla manna. La manna che è descritta come un cibo celeste dato agli Ebrei. San Giovanni l’autore dell’Apocalisse precisa che la manna è collegata a una pietra: “A colui che è andato oltre, Io darò da mangiare la manna segreta e gli darò una pietra bianca”. La manna misterica è una pietra sacra caduta dal cielo con poteri portentosi se doveva essere custodita nell’arca.
Le Due Tavole della Legge, sono qualcosa di estremamente sacro, di molto prezioso, qualcosa di terribilmente pericoloso perché nessuno vi aveva accesso, nemmeno i Leviti di guardia, solo il Sommo Sacerdote, vi poteva avere accesso una sola volta l’anno.
Il primo oggetto custodito nell’arca di Ra era un ricciolo, una ciocca di capelli del dio. Perché una ciocca di capelli?
Khonsu era rappresentato con una ciocca di capelli su un lato della testa attorcigliata come fosse un serpente, una collana menat e il flagello e il bastone ricurvo tipici del faraone. I sacerdoti Indù e i Brahmini, si radono la testa lasciando crescere solo una lunga ciocca al centro del capo. In epoca arcaica, Khonsu era probabilmente considerato un terrificante dio che trucidava i nemici del Faraone per poi estrarne le viscere. Nella teologia tebana, durante il Medio Regno (2055 a.C. - 1650 a.C.), Khonsu rimpiazzò il dio della guerra Montu nel ruolo di figlio di Amon.