Parte VI - Giasone e gli Argonauti - Sapienza misterica

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Parte VI - Giasone e gli Argonauti

Miti storia velata

Gli Argonauti erano quegli Eroi che secondo Esiodo appartenevano alla Quarta Generazione o Razza. Le Argonautiche più che un mito in senso proprio, narrano in forma di poema un ciclo eroico, famoso fin dall’epoca di Esiodo e di Eschilo. Un accenno all’impresa degli Argonauti figura già in Omero (Od . 12,69 s.). L’antichità ci ha trasmesso più scritti sugli Argonauti: la versione nella IV Pitica del poeta Pindaro (462 a. C.), la più antica; le Argonautiche di Apollonio Rodio, che è una composizione alessandrina del terzo secolo a.C.; le Argonautiche orfiche (V sec. d. C.) di cui non si conosce il vero autore, ma tramandato sotto il nome di Orfeo: le Argonautiche orfiche. Infine un poema latino di Valerio Flacco[1], opera incompleta della fine del primo secolo.
 
Nessun avvenimento dei tempi eroici, nemmeno l'assedio e la presa di Troia, ebbe più risonanza. Omero applica alla nave Argo, che trasportava gli Argonauti, l’epiteto di memorabile “presente al ricordo di tutti”. Esiodo, nella sua Teogonia, ricorda anch’egli la spedizione di Giasone.
 
Si narra che la Tessaglia fu afflitta da una grande carestia al tempo di re Atamante. Questi perduta la moglie la dea, Nefele convertita poi in Nube da cui ebbe come figli Frisso (la pioggia che scroscia) ed Elle (la luce); sposò in seconde nozze una moglie terrena, la crudele Ino o Inone, figlia di Cadmo, la quale consigliò - con l’inganno ­- di seminare grano frantumato per ottenere un più abbondante raccolto. Avvenne, com’era da prevedersi una grande carestia. Fu consultato l’Oracolo di Delfi che rispose che era necessario un grande sacrificio, quello di Frisso uno dei figli avuti da Nefele. Atamante si apprestò a sacrificare un figlio quando Nefele con l’aiuto di Ermes, avvolse i suoi figli Elle e Frisso, in una nube e li fece fuggire verso oriente su un Montone dal vello d’oro. Quest’Ariete, anch’esso figlio di Poseidone, non era solo di color chiaro, come per il caso di Pelope ma anche dal manto d’oro.

Si apprende che fu la mancanza di viveri a provocare la dipartita di Frisso, figlio di un Re, per indicare che egli era a capo di una spedizione o un’emigrazione. Il capo di questa spedizione fu nascosto o protetto da una Nube .

Frisso in volo giunse salvo sulle sponde del Mar Nero, alla foce del fiume Fasi, nella Colchide, fu ospitato dal re Eèta che gli offrì in sposa la figlia Calciope, dalla “faccia di bronzo”. Il magico Ariete avrebbe chiesto di essere sacrificato, Frisso, lo offerse a Zeus, e ne appese la pelle, che eguagliava in grandezza quella di una vacca, sull’alto di un albero difeso da un drago che non dormiva mai in un bosco sacro. In seguito a Giasone fu imposto il compito di recuperare il Vello d'Oro. Il mito racconta che fu costruita la nave Argo per Giasone, a capo di 50 Argonauti, rappresentati solito seduti come tanti rematori, proprio come gli Anunnaki[2] e come i 50 compagni sull’imbarcazione di Gilgamesh. Eschilo nel Prometeo Incatenato fa predire dal Titano a IO che: “Cinquanta in numero torneranno ad Argo”. Cinquanta erano le Figlie di Danao che tornarono ad Argo. Cinquanta erano le Figlie di Danao che tornarono ad Argo con la nave guidata da Giasone. Omero nei suoi versi narra che dell’Odissea i Feaci, migliori navigatori di quel tempo, che riportarono Ulisse a Itaca possedevano navi da cinquanta remi. L’Uovo del Mondo secondo la Tradizione Indù misura 50 crore di yojana, cioè metà degli Anni divini di Brahma. Nel Vishnu Purana è scritto che la Terra galleggia, vome un Uovo, come una B-Arca nello Spazio.
 
Nulla è certo dei luoghi mitologici, né la Colchide, né la sua capitale Ea sono citate nelle versioni più antiche, che descrivono Eèta come figlio di Helios e fratello di Circe che dimorava nell’isola Eea, e prendeva il nome da Eos, l’Aurora. La tradizione successiva colloca quest’isola nel Lazio, il Circeo. Secondo la mitologia greca, la Colchide era un terra favolosamente ricca, situata alla periferia misteriosa del mondo eroico. La Colchide, per i Greci di quel tempo, rappresentava la regione più orientale archetipica: “L’Est che più Est non si può”.
 
La più importante testimonianza poetica anteriore alle Argonautiche e contenente una porzione di testo dedicato all’antichissimo mito degli Argonauti sufficientemente estesa per essere messa a confronto con l’opera di Apollonio Rodio è rappresentata dalla Pitica IV di Pindaro (462 a. C.), secondo cui la nave fece rotta di ritorno verso l’oceano Indiano. Anche le Argonautiche di Apollonio Rodio e di Orfeo descrivono una geografia fiumi laghi oceani che non concordano con quella dell’attuale geografia del pianeta. Apollonio Rodio che aveva avuto modo di consultare antiche pergamene e carte geografica conservate nella biblioteca di Alessandria[3], descrive un’altra geografia attinta dalle memorie mitiche, provenienti dai sacerdoti iniziati ai sacri Misteri.
 
I commentatori giudicando non reale bensì favola la geografia mitologica, perché giustamente fanno riferimento all’attuale geografia del pianeta, non fanno uscire la nave dal Mediterraneo, ma i fiumi e i mari non erano quelli che noi conosciamo. Tutte queste rotte, giudicate impossibili attraverso l’odierna geografia, sono liquidate come frutto della fervida fantasia dei mitografi, e si propone la versione che vuole il ritorno dell’Argo da dov’era venuta. La geografia proposta nell’Argonautiche che non si adatta ai moderni pregiudizi, è relegata a semplice racconto fantastico finisce nell’oblio.
 
Le Argonautiche Orfiche narrano di un viaggio di ritorno attraverso i mari del Nord attorno all’Irlanda poi a Ovest attraverso le Colonne d’Ercole nel Mediterraneo. Le Argonautiche sia le Orfiche e sia quelle di Apollonio  Rodio, sia quelle di Pindaro, narrano di un mondo con terre e acque diverse dalle attuali, perché risalgono a tempi arcaici, alla notte dei tempi. Il geografo Vivien de Saint-Martin nel diciannovesimo secolo afferma: “É una ben strana geografia quella del poema orfico”. Il cartografo Vivien de Saint-Martin era lontano dall’immaginare che la geografia del poema fosse ma diversa da quella di oggi. Diodoro Siculo conferma la rotta degli Argonauti descritta da Orfeo.
Lo storico Timeo, citato da Diodoro Siculo,[4] racconta una storia diversa: dice che, una volta impadronitisi del Vello d’Oro gli Argonauti invece di uscire dalle acque del Ponto (il Mar Nero) preferirono risalire il fiume Tanais (Don) fino alle sorgenti raggiungendo una terra sconosciuta e un altro fiume il quale li portò nel Mare del Nord, giunse in Finlandia poi attraverso l’Oceano verso l’Irlanda, infine virando verso Occidente giunsero nella città di Gadeira (Gadir, Cadice) da dove riuscirono a raggiungere il Mediterraneo attraverso le colonne d’Ercole verso l’isola di Circe.

L’antico Insegnamento ci informa che la faccia della Terra è cambiata più di una volta. Ci fu un tempo che il delta dell’Egitto e dell’Africa settentrionale appartenevano all’Europa, prima della formazione dello stretto di Gibilterra; e un successivo sconvolgimento del Continente cambiò interamente l’aspetto della mappa dell’Europa. L’ultimo mutamento profondo avvenne circa 12.000 anni fa e fu accompagnato dalla sommersione della piccola isola dell’Atlantico, che Platone chiama Atlantide, dal Continente da cui aveva avuto origine. Nei tempi antichi, l’Astronomia, la Geografia, la Scienza, erano insegnate nei Misteri dagli Ierofanti agli Iniziati, quello che poteva uscire dal segreto delle mura era nella misura in cui essi sono divulgati o, piuttosto, parzialmente presentati al pubblico sotto la loro forma strana ed arcaica.

[1] Valerio Flacco, il poeta latino, dedica l’opera all’imperatore Vespasiano.
[2] Sono i figli di Anu, il Cielo, vengono chiamati i 50 grandi Dèi.
[3] Nel 330 a.C. un incendio distrugge la grande Biblioteca di Persepoli. Nel 48 a.C. fu incendiata per ordine di G. Cesare la Biblioteca di Alessandria d’Egitto che conteneva ben 700.000 volumi che racchiudevano il sapere le conoscenze di tutti i popoli. Una tradizione orale narra che le pergamene più preziose, protette in cilindri ignifughi, furono asportate e nascoste in tutto il Medio Oriente. La Biblioteca di Cartagine era famosa come quella d’Alessandria e se non fosse stata incendiata dalle truppe di Scipione, l’umanità avrebbe avuto a disposizione un’infinità di manoscritti, papiri, tavolette cuneiformi. Lo storico romano Appiano afferma che Cartagine fu fondata 50 anni prima della caduta di Troia.
[4] Gli storici in genere diffidano delle indicazioni di Diodoro Siculo, affermano che sono troppo avventate e che sono prive delle fonti da cui esse sarebbero pervenute.
 
 
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