San Galgano e la spada nella roccia - Sapienza misterica

Sapienza Misterica
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San Galgano e la spada nella roccia

Templari in Italia
Il 21 dicembre del 1180, il cavaliere Galgano raggiunse su una piccola collina chiamata Monte Siepi, presa la sua spada, la piantò nella roccia del terreno, fendendola come fosse burro. Il culto di San Galgano si diffuse rapidamente, specialmente nell’ambiente cavalleresco. Era un culto che parlava di cavalleria in cui accanto a Galgano vi era un coprotagonista, San Michele Arcangelo, spesso rappresentato con la spada sguainata. La prima comunità monastica cistercense che s’insediò su Montesiepi risale agli anni 1181-1184, proveniente dall’abbazia di Casamari divenne in breve il gestore della figura pubblica di Galgano. I Cistercensi hanno confezionato una storia che lega Galgano, la spada nella roccia, e l’Arcangelo Michele a Montesiepi? Galgano sogna la Beata Vergine proprio come vorrebbe San Bernardo. Tutto il XII secolo é contrassegnato dall’affermazione del culto della Vergine e é stato proprio Bernardo a promuoverne lo sviluppo. Galgano sogna Michele Arcangelo il patrono dei Templari, Cistercensi e Templari erano strettamente affiancati. Galgano era già cistercense senza saperlo, oppure i Cistercensi hanno piegato alle loro esigenze il mito e il culto di Galgano.
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GALGANO GUIDOTTI E SAN MICHELE
 
A metà strada fra Siena e Grosseto, incuneata in una zona selvosa, ai piedi delle colline Metallifere, circondata dalle alture di Monticiano, di Chiusdino, di Montieri, si trova la valle del Merse, l’abbazia gotica di San Galgano, ora col cielo per tetto e il prato verde per pavimento. Poco distante sul colle Montesiepi si erge la rotonda in cui è custodita una spada nella roccia.
 
Iniziamo col conoscere i particolari della leggenda del Cavaliere e poi Santo Galgano. Storicamente dovrebbe essere Galgano Guidotti, rampollo di nobile famiglia salica, nato nel 1148 a Chiusdino. La cavalleria lo affascina al punto che, dopo una prima visione di San Michele, decide di diventare egli stesso un cavaliere, e la sua vita è segnata da un comportamento libertino e dissoluto. I suoi genitori avevano per lungo tempo atteso l’arrivo di un figlio, tanto da recarsi in pellegrinaggio verso la Basilica di San Michele sul Monte Gargano, in Puglia, ma si abbandonano allo sconforto davanti a tale comportamento. Dopo una giovinezza di sregolatezze fu investito Cavaliere per diventare Crociato, alla classica svolta dei trent’anni è segnato dal duplice sogno fatale. Nella prima visione sognò l’Arcangelo San Michele, che lo sprona a indossare la cintola e la spada da cavaliere. Nella seconda, più tarda di anni, lo stesso San Michele guida il giovane in un vero viaggio iniziatico: c’è da superare il ponte pericoloso sopra abissi di acque mulinanti, c’è il prato delle delizie e più oltre la caverna da attraversare e, infine, ecco apparire il mistico edificio rotondo, in cui i Dodici Apostoli mostrano a Galgano il libro di tutte le Sapienze e di poi la Luce abbagliante del divino. I Dodici dissero a Galgano di costruire esattamente in quel luogo una chiesa. Il Graal per Galgano era il Libro Sapienza degli Apostoli che però lui non sa leggere, ma pone delle domande.
 
Figura 1. Galgano Guidotti
 
Passarono circa due anni; il 21 dicembre del 1180, Galgano era in viaggio quando improvvisamente il suo destriero s’impuntò, rifiutandosi di proseguire la strada. Il Cavaliere allora si rammentò della visione, e pregò intensamente Dio di mostrargli la via per raggiungere il luogo che aveva sognato: il cavallo si mosse e raggiunse una piccola collina chiamata Monte Siepi, dove si fermò. Qui Galgano, presa la sua spada, la piantò nella roccia del terreno, fendendola come fosse burro «la quale insino al dì d’oggi così è ne la pietra fitta», commenta un testo trecentesco della leggenda. La spada, rimasta fuori solo con un pezzo di lama e l’elsa, aveva la perfetta forma di una croce benedetta.
 
Galgano pianta la spada al centro della “casa rotonda” che l’Arcangelo Michele gli aveva ordinato di costruire, un ponte tra la Terra e il Cielo. La dura roccia si comporta come morbida cera: Galgano comincia una nuova vita, con altri cavalieri che, come lui, hanno abbracciato la Militia Christi. Galgano portava un nome predestinato, quasi identico a quello di Galvano, nipote e cavaliere prediletto di Artù.
 
Fu solo dopo questi due sogni che Galgano, cambiati i panni del cavaliere in quelli del Cavaliere di Cristo, si fece eremita, vinse gli assalti del demonio (l’avversario), si stabilì tra le selve di Montesiepi vivendo di fede e di erbe selvatiche. Così Galgano svestì l’armatura, lasciò la sua famiglia, abbandonò la fidanzata Polissena, rinunciò alle ricchezze e ai privilegi della sua casta e, tra lo scherno dei colleghi, vestito di sacco andò a vivere in una piccola capanna circolare che costruì attorno alla sua spada, e lì rimase in completo eremitaggio sino a quando morì, a 33 anni. Galgano ripete in scala minore così nel 1181, gli anni cruciali di Gesù Cristo, illuminazione a 30 anni, morte a 33 anni, e dodici Apostoli di Gesù che naturalmente appaiono sono in visione.
 
Michele è l’Angelo della Faccia, il “quis ut Deus” (che è come Dio). È una figura gerarchicamente superiore a quella dell’angelo, che ne assume il ruolo di comandante (la parola deriva dal greco ed è composta dai termini àrchein, comandare. L’Arcangelo Michele è il rappresentante sulla terra del Dio Celato degli Ebrei; ossia è la sua “Presenza” che, si dice, abbia preceduto gli Ebrei nell’Esodo, sotto l’aspetto di una “Colonna di Fuoco”, “Il mio volto andrà con te” davanti agli israeliti, dice Dio a Mosè (Esodo, XXXIII, 14). Per gli Ebrei Mikael Michele מינאל è l’Angelo della Faccia è “che è come Dio”. L’Angelo Michele è Uno con Dio del volto del Signore, ossia il suo Doppio per gli scopi terrestri rappresenta la Divinità nelle sue visite alla terra. I cattolici romani identificano Cristo con Michele, che è anche misticamente il suo “volto”.
 
Morto nel dicembre 1181, dopo un anno di vita eremitica condotta con pochi compagni, dopo solo quattro anni Galgano fu dichiarato Santo da Papa Lucio III nel 1185, con un’insolita rapidità che si può spiegare solo con la venerazione che gli Imperatori, prima Federico I, e poi Federico II, avevano per lui, o forse perché era Santo, Cavaliere e ghibellino, summa delle qualità spirituali del Medioevo laico. Eppure, San Galgano non fu, in quegli anni, un santo molto venerato. Per quale motivo fu ignorato dai fedeli del medioevo? La Rotonda è piccola come dimensioni, non certo adatta a un luogo di culto popolare, ma adatta a un culto misterico di élite: quello dei Cavalieri. Le antiche cronache agiografiche narrano che, quando S. Galgano era ancora in vita, ma allontanatosi dalla sua capanna per visitare il Papa a Roma, tre uomini tentarono di estrarre la spada e - così dice la profetica leggenda - la spezzarono in tre parti. Al ritorno, Galgano la riparò miracolosamente, perché se rinunciò per sempre ad essa? Narra la leggenda che i tre invidiosi furono crudelmente puniti: uno colpito da un fulmine, il secondo annegato in un fiume, il terzo attaccato dai lupi che gli dilaniarono le braccia. Questi resti, che erano considerate false “pie reliquie” di epoca posteriore, esibite per l’edificazione morale dei fedeli, sono state datate al carbonio-14 e, sorprendentemente, risultano risalire al XII secolo, contemporanei quindi agli anni in cui visse il Santo.
 
L’insistenza nel racconto con cui si ricorre al simbolismo numerico, non è casuale: due sogni e un cavallo, tre invidiosi, tre perentori inviti di San Michele a non lasciare l’eremo, tre parti in cui viene spezzata la spada, due improvvisi arresti del cavallo, due carpini, tre inviti a rinsaldare la spada; non possono essere solo coincidenze. In questa breve visione sono contenuti tutti gli elementi che consentono e impongono una lettura molto simbolica e misterica. I Dodici Apostoli, il tempio rotondo come la Tavola dei 12 Cavalieri di Artù. La forma circolare dell’Eremo di Montesiepi richiama alla mente la chiesa a pianta circolare di San Michele Arcangelo a Perugia. A Londra e a Parigi e a Tomar in Portogallo, il luogo di culto dei Cavalieri del Tempio era circolare.
 
Sappiamo solo che Galgano sogna due volte San Michele che lo invita a seguirlo. Non sappiamo nemmeno quanto tempo intercorra tra i due sogni, ma ci viene raccontato che egli ne parla alla madre vedova entrambe le volte. La più antica chiesa di Chiusdino, antecedente anche a quella di San Martino, é guarda caso, la Propositura o Pieve di San Michele Arcangelo, situata nella parte più alta dell’abitato, nel primitivo nucleo del castello, a testimonianza di un culto di San Michele già diffuso e preesistente. Le vicende di Galgano sono la conseguenza dell’intervento dell’Arcangelo Michele, venerato nel celebre santuario ipogeo di Monte Sant’Angelo sul Gargano in Puglia. A legare Montesiepi e Monte Sant’Angelo sarebbero anche i nomi assonanti di Galgano e Gargano, le due consonanti “l” e “r”, in quanto liquide, sono tranquillamente interscambiabili. È affermata l’importanza della Puglia con Bari e Otranto che raccontano di Artù. Una delle porte della Rotonda di Montesiepi, punta a Sud-Est, proprio sulla direttrice che giunge al Monte Gargano, in Puglia.
 
Il culto di San Galgano si diffuse rapidamente, nell’ambiente cavalleresco. Era un culto che parlava di cavalleria in cui accanto a Galgano vi era un coprotagonista, San Michele Arcangelo, spesso rappresentato con la spada sguainata. Il culto di San Michele era diffusissimo in tutto il Medioevo ed era particolarmente sentito presso i guerrieri, come i Longobardi e i Franchi, la cui devozione si esprimeva con riti e pellegrinaggi, con la costruzione di chiese come Mont Saint Michel in Francia e con la rappresentazione dell’angelo nella monetazione o negli stendardi. Era un culto particolarmente intenso, San Michele accompagnava sempre il guerriero, era sempre presente nell’animo del combattente, da qualunque parte stesse.
 
Galgano dopo la visione dei 12 Apostoli non riusciva a decidersi, cosi un giorno decise di andare a chiedere consiglio alla fidanzata Polissena, senza però mai arrivarci. Partì a cavallo da casa e proprio mentre superava Montesiepi gli apparve ancora San Michele che lo convinse a fare il grande passo. Galgano allora sfoderò la spada e la piantò nella fessura di una roccia, quindi ci costruì attorno ad una capanna rotonda dove decise di vivere e pregare. Era il 21 dicembre del 1180, il giorno del solstizio, in cui il Sole tocca il punto più basso dell’eclittica, quasi come se si allontanasse e sprofondasse nella notte. La fidanzata Polissena di Galgano, perde il suo promesso sposo nel momento della scelta eremitica e, questo avviene proprio quando si sta recando a incontrarla.
 
La conversione di Galgano si articola in due fasi, da prima San Michele lo sprona ad abbandonare la sua vita dissoluta per una vita da cavaliere errante con l’avvio di una ricerca mistica tanto cara alla cultura medioevale, e solo in un secondo momento, dopo una seconda apparizione, il Beato infigger la sua spada sull’apice di Montesiepi, come ad indicare il termine di un compito assegnatoli, per abbandonare la violenza e dedicarsi completamente alla vita ascetica.
 
Maurizio Calì ricorda ai suoi lettori che Polissena era il nome della figlia di Priamo, re di Troia, e di Ecuba (non ricordata nei poemi omerici), che nelle vicende di Troia è indirettamente legata al Palladio, una raffigurazione di Atena caduta dal cielo, cioè un aerolite, che alla fondazione di Troia si collocò da solo sull’altare della città. Il Palladio sarebbe rimasto nelle mani di Diomede, che dopo averlo rubato lo rende ad Enea come pegno di invincibilità. Virgilio narra che il Palladio fu portato da Enea in Italia. Qui, dopo la fondazione di Roma, fu posto, dapprima, in cima a una colonna davanti al tempio di Bellona, poi, nel tempio di Vesta, dove, custodito da sei Vergini, le Vestali, avrebbe garantito la durata della potenza di Roma[1]. Curioso dettaglio, il tempio di Vesta, unico tra gli edifici di uguale importanza, era rotondo, mentre tutti gli altri erano quadrati. L’edificio costruito attorno alla spada di Galgano è circolare.
 
Ricordiamo che Bruto il nipote di Ascanio, portò con sé in Inghilterra una Pietra da Troia, dove era servita da plinto per il palazzo del Palladio. Questa pietra ora conosciuta come la London Stone. Infine in una pietra Galgano infilò la sua spada a Montesiepi. Fra gli oggetti utilizzati negli antichi misteri, figurava il Palladio, il potere segreto di Pallade Atena.
 
Il processo di beatificazione è stato condotto papa Lucio III, cistercense pure lui, con una velocità sconcertante (solo tre giorni), valutando solamente pochissimi anni del Santo e ancor meno miracoli (solo 19 realmente attestati) ed ascoltando un solo testimone, la madre, forse per evitare che affiorassero fatti o problemi incresciosi che avrebbero rappresentato una spina nel fianco delle istituzioni dottrinali ecclesiastiche.
 
Sebbene ci siano dubbi sulla storicità di San Galgano, la spada nella roccia è un reperto autentico del XII secolo. Lo infatti ha confermato l’indagine metallografica condotta dal professor Luigi Galarschelli dell’Università di Pavia nel 2001. Durante il XX secolo inoltre la spada attribuita a San Galgano ha affrontato diverse traversie. Fino al 1924 la roccia era coperta da una sorta di grata metallica, era infatti possibile estrarla dalla roccia ma onde evitare atti vandalici l’allora parroco don Ciompi bloccò decise di versare del piombo fuso nella fessura in modo da bloccare la lama. La grata fu eliminata. La spada fu però spezzata negli anni 60 durante un atto vandalico. Il moncone fu fissato sopra la parte di lama ancora nella roccia applicando del cemento. Il cemento fu poi sostituito con altro di colore adeguato. La spada fu spezzata di nuovo nel 1991 da un secondo vandalo, e ancora sistemata con cemento. Fu poi applicata l’attuale cupola protettiva di plexiglas[2].
 Sono stati effettuati rigorosi test per accertarsi che la roccia non fosse cava lì dove fu infissa la spada facilitandone quindi l’entrata. I risultati dei test sono ancora una volta sbalorditivi, non solo la roccia non presenta alcuna cavità, ma la lama è all’interno di essa e sembra aver passato la pietra come fosse burro. E’ stato verificato che gli orli della frattura dei due pezzi combaciano, e si può quindi legittimamente ritenere che la parte spezzata sia effettivamente parte della spada originale. I due monconi sono successivamente stati accostati e tenuti in posizione per motivi estetici, tramite un piccolo morsetto metallico facilmente asportabile e che non danneggia in alcun modo il manufatto in attesa di possibili ulteriori interventi.
 
[1] Servio ci rivela che a Roma venivano custoditi sette cose fatali, il Palladio era la sesta, dalla cui conservazione dipendeva il destino della città.
[2] È protetta da una cupoletta trasparente antiproiettile da quando un tale che si sentiva re Artù, nel 1991, la prese a martellate e la spezzò poco sotto l’elsa; finì ammanettato tra due carabinieri, ma un paio di settimane dopo rifece il danno, spaccando anche il sasso.
 
GALGANO E I CISTERCENSI
 
Sono passati diversi anni dalla morte di Galgano e alla Rotonda giunge l’ordine monastico particolarmente versato nell’architettura sacra, quello dei Cistercensi.  La prima comunità monastica cistercense che s’insediò su Montesiepi risale agli anni 1181-1184, proveniente dall’abbazia di Casamari divenne in breve il gestore della figura pubblica di Galgano.
 
Considerato l’alto valore misterico del Santo della Spada, i monaci Cistercensi presero possesso della collina di Montesiepi e poi, dopo soli venti anni, costruendo nella pianura sottostante l’Abbazia di San Galgano, figlia dell’Abbazia di Fossanova, prima figlia italiana dell’Abbazia di Clairvaux fondata dallo stesso S. Bernardo protettore dei Templari, quindi filiazione insigne.
 
I Cistercensi decidono di costruire l’abbazia dedicata a san galgano nella piana sottostante la collina, e guarda caso il loro tempestivo stanziamento a Montesiepi dei Cistercensi, riesce a sbaragliare la concorrenza degli Agostiniani. I Cistercensi s’insediano ufficialmente alla Rotonda nel 1191, ottengono privilegi imperiali nel 1196 e, nello stesso anno, appare anche il primo priore Bono. La prima comunità monastica abitava negli ambienti costruiti accanto alla Rotonda di Monte Siepi[1]. Tra la fine del XII secolo e l'inizio del secolo successivo, la comunità monastica che si era costituita intorno al cavaliere-eremita e che aveva aderito all’Ordine dei Cistercensi, si era accresciuta, tanto che dovette trasferire la propria sede dall’Eremo di Monte Siepi in un nuovo e più ampio cenobio: dalla collina fu necessario scendere nella sottostante piana della Merse. Sotto l’impulso di questo primitivo nucleo monastico, al quale si erano uniti molti nobili senesi e alcuni monaci provenienti direttamente dall’abbazia di Clairvaux nel 1218, s’iniziarono i lavori di costruzione dell’abbazia nella sottostante piana della Merse. Il progettista sembra sia stato il monaco e Maestro d’Opera, Donnus Johannes che l’anno precedente aveva portato a termine i lavori nell’abbazia di Casamari.
 
Alla metà del XIII secolo l’Abbazia era la più potente fondazione cistercense in Toscana. Essa fu, inoltre, protetta e beneficiata dagli imperatori Ottone IV di Brunswick (1175 - 1218), Enrico VI (1165 - 1197) e Federico II di Svevia, che confermarono sempre i privilegi concessi, anzi aggiungendone anche degli altri, quali il diritto di monetazione. Inoltre, il papa Innocenzo III (1198 - 1216) esentò l’abbazia dalla decima. I monaci incisero fortemente nel territorio circostante l’Abbazia, dando inizio ai lavori di prosciugamento e bonifica delle paludi e incanalando il corso della Merse per sfruttarne l’energia idraulica; il monastero, infatti, possedeva un mulino, una gualchiera per la lavorazione dei panni ed una ferriera (stabilimento siderurgico).
 
Dopo il privilegio imperiale nel 1191, giunge il “privilegio” papale nel 1216, quindi la costruzione della cappella di Monte Siepi e la “spartizione” delle reliquie (la testa del sant’uomo fu alla fine assegnata al potere civile di Siena). A seguire abbiamo la costruzione dell’abbazia gotica dal 1220, stesso anno in cui è vergata da Rolando da Pisa la prima “Vita” ufficiale del santo, in rapide tappe, si ha l’elevazione di Galgano al culto ufficiale della Repubblica senese dopo averlo strappato a Volterra e, di lì, l’erezione del santo agli altari, al calendario ecclesiastico, al rango di patrono della città.
 
Sappiamo dalle cronache del tempo che la Rotonda di Montesiepi fu edificata tra il 1182 e il 1185, sopra alla capanna sulla collina, ove San Galgano visse il suo ultimo anno di vita, proprio dove aveva infisso la Sua Spada nella roccia. Le ultime analisi fatte sulla Rotonda, riservano una sorpresa: il nucleo originale risale al 985 ± 50, perciò circa un secolo e mezzo più antica di quanto atteso, benché per la sua costruzione si sia potuto utilizzare mattoni di edifici più vecchi. Prima dell’anno 1000, comunque, l’uso dei mattoni non era molto comune in Toscana, perché la maggior parte degli edifici era costruita in pietra. Con buona probabilità, la parte più antica della Rotonda è da retrodatare di almeno un secolo. Il georadar rivela che fondamenta sono diverse dal resto della costruzione e hanno uno spessore che raggiunge quasi il metro e mezzo, troppo per sostenere la chiesetta rotonda. Forse sul poggio c’era un edificio sacro ben più antico; il georadar individua sotto il suo pavimento, a circa due metri e mezzo di profondità, un’anomalia del tutto simile, per forma e dimensioni, a un altare o a un sarcofago. Anche le indagini sulla spada, che peraltro confermano l'esistenza della lama all'interno della roccia, non permettono ancora di affermare con certezza a quale epoca risalga o a chi sia appartenuta. Ci sono diversi elementi in favore dell’ipotesi che la Rotonda sia stata costruita sui resti di un edificio preesistente dice Maurizio Calì, che da anni si dedica allo studio di tutto quello che riguarda San Galgano.
 
Nel XIV secolo venne aggiunto, alla struttura originaria, una cappella quadrangolare e alla fine del XVIII secolo fu costruita la canonica, addossandola alla chiesa, alterandone così l'aspetto esteriore originale. Nella parete sinistra si apre la cappella, edificata nel 1340, grazie ad un lascito testamentario, che venne realizzata in cotto su basamento in pietra, in stile gotico, con pianta rettangolare e volta a crociera ogivale. La piccola cappella conserva un vero gioiello d’arte: un ciclo di affreschi del grande pittore senese del Trecento, Ambrogio Lorenzetti che illustra la storia di san Galgano. Risalgono al Trecento sia la parte superiore del tetto, con la sua caratteristica lanterna cieca, ulteriore aggiunta del 1600, che il campaniletto in cotto a due monofore sovrapposte.
 
I Cistercensi hanno confezionato una storia che lega Galgano, la spada nella roccia, e l’Arcangelo Michele a Montesiepi? Galgano sogna la Beata Vergine proprio come vorrebbe San Bernardo. Tutto il XII secolo é contrassegnato dall’affermazione del culto della Vergine e é stato proprio Bernardo a promuoverne lo sviluppo.
 
Durante la prima visione, Galgano sogna San Michele lo reclama per farne suo adepto: la visione è narrata immediatamente alla madre al suo risveglio, non si sa bene a quale età, quando, dove, in che occasione. Nel secondo sogno, avvenuto alcuni anni dopo, Galgano rivede San Michele, che gli ordina di seguirlo. Viene così condotto a un ponte che non può essere oltrepassato senza difficoltà. Galgano lo attraversa grazie alla presenza dell’arcangelo e raggiunge così un verde prato ricoperto di fiori profumatissimi. Lasciato il prato, egli segue Michele all’interno di uno spazio sotterraneo da cui si ritrova in cima alla collina di Monte Siepi dove trovava dodici Apostoli in un edificio rotondo, che recavano un libro aperto. Alzando gli occhi al soffitto della rotonda, dopo aver rifiutato il libro perché non sa leggere, Galgano vede una splendida immagine nell’aria e chiede agli Apostoli di cosa si tratti. E’ la Maestà divina, gli rispondono i dodici, che lo invitano anche a costruire, in quel luogo, una casa simile a quella che sta osservando. Deve costruirla in nome di Dio, della Beata Maria, di San Michele arcangelo e degli Apostoli. Tutto il XII secolo é contrassegnato dall’affermazione del culto della Vergine ed é proprio San Bernardo a promuoverne lo sviluppo.
 
Galvano sogna Michele arcangelo il patrono dei Templari, Cistercensi e Templari erano strettamente affiancati. Galgano era già cistercense senza saperlo, oppure i Cistercensi hanno piegato alle loro esigenze il mito e il culto di Galgano.

 
FEDERICO II MONTESIEPI E I CISTERCENSI
 
 
A dare l’impulso ai lavori sia alla Rotonda sia all’Abbazia fu soprattutto l’enorme patrimonio fondiario che i monaci erano risusciti ad accumulare, grazie a donazioni e lasciti e anche grazie a numerose concessioni ecclesiastiche che permise loro di entrare in possesso dei beni delle abbazie benedettine dei dintorni, tanto che alla metà del XIII secolo l’abbazia di San Galgano era la più potente fondazione cistercense in Toscana. Essa fu inoltre protetta e generosamente beneficiata dagli imperatori Enrico VI, Ottone IV e dallo stesso Federico II che finanziò la costruzione dell’abbazia, che confermarono sempre i privilegi concessi aggiungendone via via degli altri, ivi compreso il diritto di monetazione.
 
I Cistercensi avevano più di un valido motivo per entrare nella stima e nella considerazione di Federico II. Nel primo quarto del XII secolo essi, in fase ancora di rapida espansione, erano un’istituzione moderna, efficiente, volta a fornire risposte aggiornate alle esigenze della religione, della vita civile, della cultura. È noto che Federico II si occupò raramente della costruzione di chiese o abbazie; ma si avvalse dell’opera dei Cistercensi per la costruzione di alcuni suoi castelli. Secondo una tradizione, furono gli architetti cistercensi a progettare Castel del Monte: ma si tratta forse di una delle tante paternità attribuite a un’opera eccelsa, di valore universale. Secondo una consolidata tradizione condivisa da Mattew Paris (cronista cattolico inglese) Federico II chiese che il suo corpo esanime fosse ricoperto con la veste dei Cistercensi, in segno di penitenza non disgiunta da una chiara simpatia per l’Ordine. Se il cadavere imbalsamato a Palermo di Federico è stato ricomposto nelle vesti imperiali per lo svolgimento dei riti ufficiali, non si può dimenticare una lunga storia di reciproco rispetto.
 
Federico dedica alla questione italiana le maggiori risorse della sua esistenza. Non v’é in pratica decennio, dal suo insediamento alla guida dell’impero avvenuto il 18 giugno 1155, senza che egli non scenda militarmente in Italia. Nel corso della sua sesta e ultima discesa in Italia nel 1185, Federico toglie, all’improvviso, a Firenze tutte le conquiste consolari sui nobili della campagna, mentre Siena gli rifiuta l’ingresso in città. E sebbene non riesca mai a domarla e dominarla pienamente, ne influenzerà profondamente le sorti, nel bene e nel male. In quell’anno forse Federico é ospite del castello di Chiusdino e scopre l’esistenza di Monte Siepi. Così anche se non aveva mai potuto incontrare Galgano di persona (essendo nato tredici anni dopo la sua morte), partecipa forse direttamente alla creazione del mito di San Galgano. Federico II stesso, che nel corso del suo regno emetterà tre decreti riguardanti l’abbazia di San Galgano, é un devoto di San Michele, al punto di scegliere proprio il 29 settembre, giorno del santo, per inaugurare solennemente, nel 1224, lo “Studium Neapolitanum”, cioè l’Università di Napoli di cui Pier delle Vigne stese l’atto di fondazione.

Figura 1. Federico II affresco della chiesa rupestre di S. Margherita Melfi[2]

Secondo una consolidata tradizione condivisa da Mattew Paris (cronista cattolico inglese) Federico II chiese che il suo corpo esanime fosse ricoperto con la veste dei Cistercensi, in segno di penitenza non disgiunta da una chiara simpatia per l’Ordine. Se il cadavere imbalsamato a Palermo di Federico è stato ricomposto nelle vesti imperiali per lo svolgimento dei riti ufficiali, non si può dimenticare una lunga storia di reciproca devozione indubbiamente non ancora del tutto illuminata.


[1] La costruzione dell’abbazia, di san Galgano nella pianura sottostante, fu iniziata nel 1218 e si protrasse almeno fino al 1294 con alcune interruzioni, dovute a mancanza di fondi.
[2] L. Capaldo e A. Ciarallo, Federico II a Melfi.
IL TEMPIO A PIANTA CIRCOLARE

La Rotonda originaria è una costruzione a pianta circolare, un cilindro sormontato da una cupola semisferica che racchiude e custodisce al centro la spada che Galgano infisse nella roccia.

FIGURA 1. ESTERNO ROTONDA DI MONTESIEPI

Il tempio a pianta circolare è insolito per i templi cristiani. Non lo era per i Templari che avevano due templi a Parigi e a Tomar. A pianta circolare è la chiesa di San Michela Arcangelo a Perugia. S. Michele è il patrono dei Cavalieri e dei Templari. Lo stile architettonico all’esterno della Rotonda è caratterizzato da un susseguirsi di fasce cromatiche alternate bianche e rosse (per inciso sono i colori templari); la stessa successione di colori si ripete all’interno nella cupola, creandovi come un movimento di onde che si dipartono dal suo culmine per continuare sulle pareti.

FIGURA 2. SEZIONE VERTICALE ROTONDA MONTESIEPI CALICE

Poiché la cupola nella sua parte interna, in sezione appare come un semi-uovo, cioè la metà di un ellissoide. La parte sottostante cilindrica ha la stessa altezza della cupola, un perfetto ellissoide è inscrivibile all’interno del tempio. Se uniamo il cilindro alla metà di ellissoide della cupola, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio calice, il cui “manico” il torrino sovrastante, la cupola, è infisso nei cieli, così come omologicamente la spada è infissa sulla terra. In tale ottica il calice o la “coppa del Graal rovesciata” che sovrasta il cilindro della rotonda, viene a corrispondere a un disegno evocativo e celebrativo evidente(1).
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1. http://www.simmetria.org/simmetrianew/associazione/convegni-ed-eventi-mainmenu-305/743-la-rotonda-di-montesiepi-e-labbazia-di-san-galgano-di-pgaliano-e-clanzi.html

PORTALE INGRESSO ROTONDA

FIGURA 1.

Il portale d'ingresso della Rotonda è caratterizzato da un arco a tutto sesto con motivi a 12 spicchi di pietra bianca alternati a mattoni rossi, ciascuno realizzato con tre strati di cotto. Dodici sono gli Apostoli, Dodici sono i cavalieri della Tavola rotonda. Il cavaliere Galgano è una forma di Galvano cavaliere di Re Artù.

FIGURA 2. ROTONDA MONTESIEPI MOTIVI A LOSANGA PORTALE INGRESSO

Lo strato interno di cotto rosso è realizzato con una sequenza di piccoli rombi o losanghe. Il simbolo della losanga, della Dualità nasce dall’intersezione di Due Circonferenze gemelle, disegnate con i rispettivi centri distanziati dalla misura del loro raggio. La prima figura geometrica generata dalla Vesica Piscis è un triangolo equilatero che per la legge della dualità si sdoppia in due triangoli uguali: uno che guarda verso l’alto, la natura divina del Cristo e l’altro che guarda verso il basso, la natura umana del Cristo. Unendo i due triangoli equilateri si forma un rombo, cioè una losanga, una figura con quattro lati e vertici. Troviamo le losanghe come motivi negli affreschi delle chiese templari. Le due nature unite formano la Losanga. Una cornice fatta di triangoli di cotto rosso chiude l’arco. Una coppia di triangoli forma la losanga o rombo. Al di sopra del portale si notano:

  • Lo stemma dei Medici, aggiunto successivamente;
  • Un cornicione decorato cinque piccole sculture: una foglia doppia, tre teste umane ed una bovina con due corni.

Cinque è il numero riferito all’Uomo, la mistica stella a cinque punte. Il motivo della rappresentazione delle teste è sia romanico e sia templare.
La testa centrale dalla cui bocca escono due archi è l’uomo verde, il “green man”, ingoia o rigurgita due rami. Questa rappresentazione è presente nelle colonnine del portale Ovest di Chartres(1). Una testa umana del Green Man mostra l’emissione dalla bocca di una duplice corrente, gli opposti. Il successivo motivo a foglia doppia rimarca questa polarità. L’emissione dei rami e del fogliame da un uomo verde forma l’immagine dell’Albero di Vita. È il sottile riferimento con la rinascita della Natura, con la Primavera e con la rinascita dell’anima. Il primo motivo è la testa di una mucca con le corna, simbolo di Madre Iside della dualità e della falce lunare. Quando Mosè discese dal Sinai con le Tavole della Legge due corna luminose illuminavano il suo volto. Due teste umane prima e dopo il motivo green, la prima barbuta, la seconda prima di barba, femminile, di nuovo la coppia duale. In Perlesvaus i cercatori del Graal indossano come i Templari abiti bianchi ornati da una croce rossa. Uno dei custodi del Graal dice all’eroe: “Ci sono le teste con le basi in argento e quelle con le basi di piombo e i corpi cui le teste appartengono: ti dico tu devi riunire le teste del re e della regina” cioè la maschile e la femminile. Da un punto di vista misterico ci ricorda che noi siamo sempre uomo e donna e il primo essere fisico asessuato della Genesi Jah-Heve era androgino: “Uomo e Donna egli lo creò”. Questa coppia di teste si riferisce alla dottrina segreta dei Templari.

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1. Vincenzo Pisciuneri NOTRE-DAME DE CHARTRES TEMPLARE II - I SEGRETI DELLA FACCIATA OVEST www.sapienzamisterica.it
STRUTTURA MISTERICA DELLA ROTONDA

Vista dall’interno questa Rotonda sembra una tomba romana col soffitto all’etrusca, non una chiesa. È un ambiente circolare formato da un cilindro, interrotto solo da un’abside, su cui fu appoggiata una cupola Il cilindro è di pietra bianca fino a una certa altezza, poi si alternano fasce di pietra bianca e mattoni rossi che preparano l’occhio alla cupola; qui le fasce si trasformano in cerchi concentrici sempre più piccoli e sottili a mano a mano che si stringono verso il punto più alto, a circa 12 metri e mezzo dal pavimento. Il perfetto cerchio dello spessore di un metro e quaranta del cilindro, che disegna il muro perimetrale, sorregge l’enorme spinta della cupola emisferica, costruita secondo l’antico sistema etrusco degli anelli concentrici. Ogni cerchio colorato è realizzato con tre file di mattoni rossi. Nessuna nervatura, nessun costolone ne interrompe l’armonia e l’unità. In asse verticale con il centro della cupola sembra trovarsi la spada infissa nella roccia, ma in realtà e spostata di circa 55 cm. Il torrino cilindrico, che insiste nel centro della cupola dove in altre strutture cistercensi come a Fossanova compare l’ottagono che contraddistinguono il passaggio dalla terra a i cieli, ha, in piccolo, una forma simile a quella della Rotonda. All’interno, al centro della cupola, in esatta corrispondenza del torrino cilindrico esterno, si vede un grande cerchio rosso centrale, ma se si guarda da vicino, è composto di 16 cerchi realizzati ciascuno da una fila di mattoni.

FIGURA 1. ROTONDA MONTESIEPI PARTE CENTRALE INTERNO CUPOLA 17+16 CERCHI ROSSI

Sedici cerchi una coppia di otto 8x2=16, nell’Ottagono si ha il passaggio dal mondo materiale a quello spirituale, ottagonali erano i battisteri. Nell’ottagono si ha l’elevazione, il tentativo del Cavaliere che, partendo dal quadrato, la forma, si evolveva spiritualmente passando attraverso le otto porte che permettono il passaggio da uno stato all’altro; la transizione, il rinnovamento, la resurrezione, fino a raggiungere la perfezione rappresentata dalla circonferenza. A Montesiepi anziché l’ottagono, l’antico Cavaliere vedeva le strisce alternate multiple di otto, e in alto la semisfera celeste, la metà superiore dell’Uovo Cosmico. L’ottagono era caro sia ai Cistercensi e sia ai Templari. Secondo una tradizione il castello di Federico II a Castel del Monte, Andria in Puglia, è stato progettato da Maestri d’opera Cistercensi. La partizione ottagonale la ritroviamo anche nel rosone principale dell’Abbazia Cistercense. Il Tiburio ottagonale, quello dell’abbazia cistercense di Fossanova è chiarificante. Il numero “8” è geometricamente rappresentato con il doppio quadrato, l’ottagono, tanto caro ai Templari. Rappresenta le quattro coppie di sostanze divine, il doppio quadrato, cioè i quadrati dello Spirito e della Materia, il processo mediante il quale lo Spirito discende nella Materia, e questa risale verso lo Spirito. “II mondo di Pitagora” ci dice Plutarco, consisteva di un doppio quaternario. La Tetrade o Quaternario, riflettendosi su se stessa, produce le quattro coppie, il numero Otto. L’Otto simbolizza il moto eterno e la spirale dei cicli, rappresenta la respirazione regolare del cosmo. Contando i cerchi restanti sino alla modanatura che separa la parte ovale da quella cilindrica, contiamo altri 17 cerchi, questa volta formati da 3 file di mattoni rossi. Plutarco ci dice che i Pitagorici chiamano il diciassette, “ostacolo”. Esso, infatti, cade fra il sedici, che è un quadrato di lato 4, e il diciotto, che è un rettangolo di lati 6x3, cioè un doppio quadrato di lato 3, un rettangolo di rapporto 2:1. Il 16 e il 18 sono i soli fra i numeri a formare figure piane che abbiano il perimetro uguale all’area. Per i Pitagorici la superficie rappresenta i diritti, e il perimetro i meriti, in queste due figure piane meriti e diritti sono equilibrati. Il quadrato “4” esprime la Misura Divina, che è Giustizia ed Equilibrio, il doppio quadrato “8”, esprime la dualità equilibrata: la giustizia umana si accorda con la Misura divina.
Nel numero “17”, si verifica il passaggio dall’Ideazione “16” alla Realizzazione “18”. Un’immagine tratta da una miniatura medievale del 1245 mostra con chiarezza che lo stendardo templare, il Beaucéant, che è semplicemente bipartito, con il riquadro nero che sovrasta quello bianco. La parte bianca è accompagnata da 12 tacche e quella nera da 5 tacche, in totale 17 tacche(1). Il Beaucéant era il Palladio dell’Ordine del Tempio.
Sommando le due serie di cerchi si ottiene 16+17=33 l’età della morte di Gesù Cristo e di Galgano, e per 33 anni il padre Salomone, David regnò a Gerusalemme; trentatré è il numero di volte che il nome di Dio è menzionato nella Genesi8. Nessun numero è lasciato al caso in quest’Eremo.

FIGURA 7. INTERNO ROTONDA MONTESIEPI 6 CERCHI ROSSI SUL CILINDRO

Sotto la modanatura interna del tamburo che sostiene la cupola, inizia il cilindro vero e proprio. Sotto tale modanatura si dispongono altri 6 cerchi di mattoni rossi questa volta a diametro costante, cioè uguale. Le monofore che dovevano guardare all’esterno sono realizzate con fasce bianche e rosse, sei per i lati verticali e sei per l’arco in totale 6+6=12, come i segni zodiacali e se il Cristo è il Sole i 12 sono i suoi Apostoli, quelli della visione di Galgano. L’abside è colorata con 5 cerchi rossi, il cinque è il numero dell’Uomo. Contando le file di mattoni rossi scopriamo quattro file con tre mattoni una file con due mattoni 4x3+2=14, 2x7, sette per lo spirito e sette per la materia.
Se contiamo come un’unità i 16 cerchi rossi di mattoni a diametro crescente sotto il torrino al centro della cupola, allora si hanno 1+17=18 cerchi. Abbiamo in totale tra cupola e cilindro 18+6=24 cerchi di mattoni rossi cioè tre volte otto gradini 3x8=24. Tre sono anche le file di mattoni rossi che compongono un singolo cerchio. Ventiquattro sono anche gli Anziani o Vegliardi dell’Apocalisse che compaiono in tutte le cattedrali gotiche.
Con le sue fasce cromatiche la cupola trasmette una sensazione di vertigine, tanto che si ha l’impressione di essere risucchiati in un vortice verso l’alto: forse l’obiettivo dell’architetto era di rappresentare simbolicamente il viaggio dell’anima verso l’infinito. La Cappella Templare di Montsaunès nei Pirenei in Francia è affrescata con il colore rosso su fondo bianco, cioè con l’alternanza di rosso e bianco(2).

FIGURA 9. ROTONDA MONTESIEPI CILINDRO ESTERNO

All’esterno sul cilindro le monofore sono contornate da settori bianchi e rossi. Si conteggiano una coppia di quattro settori sui lati verticali e cinque sull’arco 2x4+5=13, tredici in tutto. All’interno abbiamo per la monofora una coppia di 12 settori bianchi e rossi, all’esterno 13. Il Sole è all’esterno sommato con i dodici settori celesti, abbiamo il tredici. Il cilindro esterno è contornato con 10 cerchi di mattoni rossi (realizzati con tre mattoni) alternati a cerchi di pietre bianche. Dieci è il numero della Tetractys. Al disopra dei cerchi abbiamo un piccolo rilievo, composto di 5 modanature frangiate, un grande cerchio di mattoni più scuri, un’ultima modanatura anch’essa composta di 5 livelli di varie forme, che sostiene il tetto a cupola e le tegole. La parte cilindrica contiene 5+5=10 modanature, questa volta la Decade è suddivisa in due volte cinque 2x5, come le dita dell’uomo. Sopra il tetto della cupola si erge il piccolo torrino cilindrico sulla cui parete si alternano 8 modanature. Troviamo in totale 18 modanature che riprendono il numero di cerchi interni della cupola. La somma dei cerchi è 28, il ciclo lunare, la generazione dell’uomo nuovo.
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1. Vincenzo Pisciuneri - Pitagorismo e simbolismo Templare parte I. 8 “La Divina Commedia” è composta da 100 canti suddivisi in tre cantiche di 33 canti ciascuna, più un canto posto all’inizio dell’Inferno.
2. Vincenzo Pisciuneri Cappella Templare di Montsaunès (tre volumi).

LE LUCI MISTICHE DELLA ROTONDA

Insolita questa Rotonda, che al primo sguardo si rivela totalmente priva di simmetria architettonica, con le porte e le finestre tutte fuori asse rispetto alla circonferenza della costruzione e prive di rapporti simmetrici tra di loro (con la sola eccezione, guarda caso, dei due oculi rivolti precisamente in direzione del tramonto dei due Solstizi). L’abside è fuori asse rispetto all’ingresso, le tre porte sono una differente dall’altra, le quattro finestrelle sottili sono messe a distanze diverse così come i quattro oculi «occhi tondi» che attraversano il muro un po' più in alto. Vi sono otto aperture in alto quattro tonde e quattro monofore.

FIGURA 1.


La finestra dell’abside, si trova non a est ma spostata di 13° verso nord, mentre la porta d’ingresso invece di essere rivolta a ovest è spostata, sia pur di soli 3°, anch’essa verso nord. Perché 13 gradi? Tredici è un numero primo legato misteriosamente ai Templari e al loro destino: è il numero componente un capitolo templare, e dei grandi elettori 12+1 del Gran Maestro, ma anche il numero necessario per fondare un nuovo monastero cistercense. Nella saga di Re Arthur, il tredicesimo posto vuoto è riservato al cavaliere predestinato, il capo dei dodici. Il posto vacante è pericoloso, per chi lo occupa indegnamente, sotto di esso si spalanca l’abisso o è folgorato da sette mani di fuoco. In un altro racconto il seggio è d’oro costruito da una donna sovrannaturale. Sei cavalieri hanno tentato di sedersi, ma sono inghiottiti da una voragine. Parsifal si siede, rimbomba un tuono, la terra si squarcia, ma egli resta tranquillo al suo posto.
Solo le due finestre poste a ovest sono abbastanza simmetriche tra di loro, come anche i due oculi (1) situati nella stessa direzione, ma non esiste simmetria tra queste due coppie di elementi. In realtà una simmetria nascosta, anima la Rotonda di significati sapienti, che vanno trovati nel gioco delle luci che passano dalle sue finestre. Le asimmetrie non sono dunque errori di costruzione ma segreti che i Maestri d’Opera del Medioevo inserirono nei muri per far parlare la luce su uno spigolo, per far apparire il sole in un certo punto della parete, per illuminare la spada al tramonto in una certa data. Così, sollevati in cielo dalla spirale della cupola e immersi da quel misterioso disordine occulto, quasi non si scorda della spada piantata nel masso. Come si comportano i raggi solari in rapporto a queste aperture? Le finestre disposte in modo non casuale, fanno sì la luce attraverso esse cada sulla Spada:

1. Nel 21 giugno di ogni anno, al solstizio d’estate, al sorgere del sole un raggio di luce penetra nell’eremo dalla monofora dell’abside posta dietro all’altare forma un cerchio luminoso sulla parete che pian piano si sposta dalle ore 4,45 alle 6,15 fino a toccare la spada e il sepolcro di S. Galgano. La sera dello stesso giorno, gli ultimi raggi attraversano alle 20,45 l’apertura nord occidentale e tracciano sulla parete opposta una proiezione del sole(2).
2. Possiamo ipotizzare che una luce invisibile spirituale cada sulla spada il 21 dicembre al solstizio invernale. Galgano il 21 dicembre del 1180 sfoderò la spada e la piantò nella fessura di una roccia, quindi ci costruì attorno ad una capanna rotonda, dove decise di vivere e pregare. Era il giorno del solstizio d’inverno, cioè il giorno in cui il Sole tocca il punto più basso dell’eclittica, quasi come se si allontanasse e sprofondasse nella notte. La nascita del divino è simbolicamente al solstizio d’inverno. Infatti, il 21 dicembre i primi raggi solari compaiono alle 8,13 da Sud-Ovest, e gli ultimi alle 17,47 attraverso l’occhio sud occidentale. In queste giornate invernali il sole il sole che sorge illumina la spada attraverso la porta aperta a Sud-Est.
3. Nel giorno del 21 Aprile, proprio giorno della nascita di Roma(3) e, secondo le testimonianze medievali, della stessa Cavalleria.

S’ipotizza che i raggi solari entravano anche da aperture ora per sempre chiuse da successive costruzioni, come la porta di nord est e la finestra accanto ad essa (a causa della costruzione della cappella laterale) e almeno due degli oculi, e dalla finestra di sud ovest in parte obliterata dalla costruzione aggiunta nel XIII o XIV sec., che riduce notevolmente il passaggio dei raggi nel movimento del sole verso ovest. Certo non a caso, le finestre presentano una strombatura interna ed esterna che sembra essere anch’essa asimmetrica (non esistono al riguardo misure precise), allo scopo di indirizzare in un certo modo la direzione dei raggi solari e la loro durata nel tempo13. Si presume che il rituale d’Iniziazione templare avvenisse a notte fonda, il solstizio d’inverno rappresentava in ogni rituale d’iniziazione il periodo che rappresentava la morte e la nascita del Sole, al solstizio d’inverso, in termini misterici la notte buia dell’anima. Il neofita indossava o un mantello nero come quello dei ranghi inferiori, dei solo uomini d’armi (sergenti), o addirittura un’armatura nera. A conclusione del rituale il Maestro concedeva il mantello bianco che non era di sua proprietà ma dato in concessione come ogni cosa nel Tempio. Il numero 21 legato ai solstizi ed equinozi, per i Cistercensi assumeva una grande importanza. Ventuno monaci con Roberto abate del monastero di Molesme, partono all’inizio del 1098 per decisione comune per giungere a Cîteaux, dove giungono per la fondazione di Cîteaux, il giorno dell’equinozio di primavera, il 21 marzo del 1098.
Il mezzogiorno del ciclo annuale corrisponde al solstizio estivo, quando si festeggia San Giovanni Battista. Nella Cappella Templare di Montsaunès al solstizio d’estate la luce solare attraversando la finestra posta sul lato sud illumina una testa(5) posta nel lato nord prima della balaustra del coro. Nella cattedrale di Chartres al solstizio estivo di San Giovanni, la luce solare passa attraverso un foro dalla vetrata di Sant’Apollinaire situata nel transetto Sud, per illuminare un chiodo incastonato in una pietra rettangolare.
Nel Cristianesimo due feste sono dedicate a San Giovanni Battista, e San Giovanni Evangelista, e sono in rapporto con i due solstizi, una al 24 giugno, l’altra il 27 di dicembre, entrambe pochi giorni dopo. Forse è per questo motivo che le croci templari nel cerchio dei solstizi ed equinozi, sono inclinate a sinistra. Queste due feste sono in relazione con le antiche feste di Giano che per inciso è rappresentato più volte nella cattedrale di Chartres. Il monastero fondato dai Longobardi destinato ad accogliere i pellegrini che si recavano al santuario di San Miche Arcangelo nel Gargano, in origine era dedicato a san Giovanni Battista, che poi divenne San Giovanni in Lamis o de Lama. Il monastero sembra che sia sorto sopra il tempio di Giano. Lo stesso San Giovanni rotondo reso famoso da Padre Pio, sembra che sia stato edificato su un altro tempio di Giano, detto la Rotonda per la sua forma circolare. Anche l’Eremo di Montesiepi è detto la Rotonda e sembra che sia sorto su basamenti o costruzione preesistente, un tempio circolare?
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1. Per oculo si intende, in architettura, una piccola apertura di forma circolare oppure ovale.
2. P.O. Pfister - La Rotonda di Montesiepi.
3. La fissazione della data al 21 aprile del 753 a.C. è riportata da Varrone.
4. La Rotonda come orologio solare di Paolo Galiano.
5. Una testa comunemente che sembra di un cucciolo animale che è detta del Baphomet.

GLI AFFRESCHI DI LORENZETTI A MONTESIEPI
A sinistra della Rotonda vi è una piccola cappella che è postuma al resto della Rotonda essendo realizzata (e malamente legata alla Rotonda) solo nel 1340 per volere di Vanni dei Salimbeni. Nella cappella, in una teca, sono conservate le mani mozzate da un lupo a uno dei tre “uomini neri” che secondo la tradizione nel 1181 distrussero la capanna eremitica di San Galgano. Ad affrescarla fu chiamato il pittore senese Ambrogio Lorenzetti. Gli affreschi superstiti di Ambrogio Lorenzetti della cappella si distribuiscono sulle volte e su tre delle quattro pareti dell’ambiente. A rendere senz’altro più difficile l’interpretazione delle pitture di Montesiepi sono le loro assai precarie condizioni conservative.
Nell’affresco principale, nella parete frontale, dietro l’altare, la lunetta, la Vergine in Trono, come nei Templi gotici è rappresentata seduta col bambino a sinistra. Nella mano destra come Regina Coeli cinge uno scettro, la figura affiancata da due gruppi di angeli che le offrono vassoi con rose e gigli. Indicativo è il mutamento della figura delle Madonna, concepita come Regina Coeli (coronata da un diadema a punte gigliate – oggi ricoperto dall’aureola – uno scettro nella mano sinistra e nella destra, invece del figlio, un globo) e poi trasformata in una più tradizionale Madonna col Bambino. Si vedono due importanti personaggi in abito cistercense che chiariscono chi sono i committenti dell’opera: San Roberto di Molesme (sulla sinistra) e San Bernardo di Chiaravalle (sulla destra), rispettivamente il fondatore e il massimo esponente dell’Ordine Cistercense. Un terzo importante personaggio è il Papa è Lucio III, guarda caso cistercense. Nella parete di sinistra in alto, si riconosce facilmente San Galgano, che è presentato nelle vesti di un cavaliere: in mano uno spuntone di roccia e la spada nell’atto di donare la spada all’Arcangelo Michele.

Figura 1. Affreschi pareti Cappella Montesiepi
In basso a destra nella parete centrale è rappresentata l’Annunciazione della Vergine. In occasione dei restauri che hanno interessato il ciclo nel 1966 sotto l’intonaco di questa scena, fu trovata una sinopia che ha rivelato la prima soluzione per rappresentare la Vergine: in ginocchio sul pavimento, spaventatissima dalla visione dell’Angelo. Nella successiva e definitiva rappresentazione Maria non appare più spaventata, ma devotamente piega la testa alle parole dell’annuncio e tiene le mani conserte sul petto. Gli esperti giudicano misterioso il cambio radicale della rappresentazione. Altrettanto misterioso è il complesso programma iconografico, soggetto a numerosi cambiamenti in corso d’opera, come prova – oltre al caso dell’Annunciazione di cui si è già detto – anche per i critici, ad avvisarci di questa variazione è proprio la stessa immagine della Vergine, caratterizzata oggi dall’anomala presenza di tre mani. I critici a quanto pare non conoscono ancora bene i Cistercensi del XII secolo.

Figura 2. Cappella Montesiepi Madonna con tre mani

Nel duomo di Modena dove abbiamo la testimonianza di Artù e dei suoi cavalieri abbiamo una metopa[1] rappresentata con tre braccia. Si tratta di una fanciulla vista di tre quarti appoggiata contro un isolato  braccio destro gigantesco mostrante un rotolo chiuso nella mano. Il rotolo nel simbolismo rappresenta sempre la sapienza segreta.
Tuttavia, la Madonna con tre mani raffigurata assieme al Bambino Gesù non è per niente una rarità: detta Panaghia Tricherousa, la “Tutta Santa Madre delle Tre Mani”, molto frequente nell’iconografia ortodossa. Secondo la leggenda Giovanni Damasceno avrebbe offerto la mano tagliata a un’immagine della Madonna, la quale compì il miracolo di riattaccarglielo. Così Giovanni fece applicare all’icona una mano votiva d’argento.
Secondo il professor Mantero “La terza mano non è solo evocatrice della mano votiva fatta aggiungere da Giovanni Damasceno, ma può essere letta anche con significato allegorico: è la mano soccorritrice della Madre di Dio che sempre aiuta il fedele, così come miracolosamente aiutò Giovanni”. Nelle icone più antiche la terza mano non appartiene evidentemente alla Vergine, mentre in quelle più recenti il processo di appartenenza è più evidente.
Ai piedi della Vergine giace una languida Eva avvolta in una morbidissima tunica bianca, con le spalle coperte da una pelle di capra, interpretato come simbolo della lussuria. La nostra progenitrice regge in una mano un ramo di fico, interpretato come un richiamo al peccato, e nell’altra un cartiglio in cui, spiega il significato teologico del suo ruolo e di quello della Madre del Salvatore: “Fei pecchato perché passione soferse Cristo che questa reina portò nel ventre a nostra redentione”. Adamo ed Eva, ai quali, per coprire la vergogna della propria sessualità, ebbero la possibilità di schermarsi con un’ampia foglia di fico, tra l’episodio della consumazione del frutto dell’albero della conoscenza e punitiva cacciata dall’Eden. Il fico, per forma è collegato – e ciò avviene piuttosto spesso nell’iconografia occidentale – alla sfera sessuale femminile, alla nascita e alla vita, come elemento vegetale primario. L’Eva lasciva così rappresentata forse deve alludere alla Bubo dei Misteri greci, una donna primordiale e la sua pancia da cui esce il mistico bambino Iaso, Iacco un Kabiro primordiale[2]. Iaso, Jasone è il nome del Sole.
Osservando con attenzione il dipinto e unendo i suoi personaggi chiave con linee immaginarie, Santa Gertrude è perfettamente simmetrica a Galgano e i loro capi sono gli angoli alla base di un triangolo con il volto della Vergine al vertice. Se è stata dipinta nell’affresco centrale in posizione di notevole rilievo, non si tratta per nulla di una figura secondaria. Probabilmente la santa raffigurata da Lorenzetti, é Gertrude la Grande. Nata nel 1256 e deceduta nel 1302 nel monastero di Helfta in Sassonia. Nel monastero di Helfta, fino al XIV secolo, le monache portavano l’abito bianco dei cistercensi e ne osservavano le usanze, pur non essendo effettivamente affiliate all’ordine. Gertrude divenne famosa anche per il fenomeno dello “scambio mistico del cuore” e é probabilmente per questa sua particolarità che appare nell’affresco proprio nell’atto di donare il cuore di San Bernardo alla Vergine.
Si chiede Maurizio Calì[3], Lorenzetti fu libero di agire in assoluta autonomia? Dipinse ciò che realmente voleva o fu condizionato a una rappresentazione codificata dell’iconografia galganiana? Evidentemente no, doveva dipingere quanto era richiesto dai Cistercensi. Ci sarebbe materia sufficiente per dispute senza fine, poiché quanto rimane degli affreschi e delle sinopie preparatorie é infarcito di simbolismi e di apparenti, grandi contraddizioni. Così evidenti da essere visibili anche a un profano, come la Vergine con tre mani, stravaganza che nessuno é in grado di spiegare con certezza e che non regge alla motivazione più frequente di un rifacimento successivo al lavoro del pittore senese. Perché mai qualcuno avrebbe dovuto lasciare le tre mani, peraltro così evidenti, ammesso anche che avesse dovuto ritoccare o rifare parte dell’affresco? Impossibile anche immaginare che la Vergine originaria sia stata ricoperta e modificata e il tempo abbia lasciato riemergere una mano in più. Già per se comunque, una simile stranezza incuriosisce, anche e proprio per la centralità dell’affresco che la contiene, ma tutto ciò che riguarda Galgano é confuso e contraddittorio, al punto che l’unico elemento certo e incontrovertibile é rappresentato solo dagli edifici a lui dedicati.
Quando Lorenzetti avviò la sua opera di pittura della cappella quadrata, l’abbazia era ultimata da tempo e al massimo del suo splendore. I suoi abati ricoprivano importanti cariche, intervenivano nelle dispute, acquisivano terreni, realizzavano nuovi insediamenti in tutta la Toscana. Appare strano che Lorenzetti potesse lavorare in completa autonomia e dipingere ciò che voleva. Gli affreschi rappresentano quasi certamente quello che si voleva far conoscere del santo. La perfezione geometrica del dipinto é tale da non lasciare dubbi sulla sua intenzionalità; tutto rende omaggio alla geometria e alle sue regole e, ovunque, ricorrono il tre e il quattro: nelle aperture, negli ovali dei profeti, nel numero dei personaggi, nulla sembra sfuggire alla legge dei numeri.
Sulla volta della cappella degli affreschi, erano dipinti quattro profeti minori, dei dodici profeti minori. Tre profeti sono all’interno di un fiore a 12 petali, il quarto scomparso all’interno di un fiore a 9 petali. Due profeti Abacuc e Aggeo sono in buone condizioni, un terzo é in cattivo stato e illeggibile, mentre il quarto é andato definitivamente perduto. Chi erano gli altri due profeti? Quale significato simbolico aveva la scelta proprio di questi quattro profeti?

Figura 3. Profeti volta Cappella Montesiepi
Maurizio Calì fa osservare che mentre Abacuc é rappresentato con lo sguardo fiammeggiante con un cartiglio in mano, Aggeo é rappresentato cin uno in cui si esalta la grandezza del Tempio. Aggeo é il profeta che porta la parola del Signore ai Giudei nell’anno secondo del regno di re Dario e li guida, successivamente, fino alla ricostruzione del Tempio. Egli parla a Zorobabele, governatore della Giudea, e al sommo sacerdote Giosué. Si rivolge al popolo in diverse occasioni: il ventiquattro del sesto mese dell’anno secondo del re Dario, il ventuno del settimo mese, il ventiquattro del nono, quando le ultime parole del Signore, pronunciate dal profeta, risuonano terribili: “Scuoterò il cielo e la terra, abbatterò il trono dei regni e distruggerò la potenza dei regni delle nazioni, rovescerò i carri e i loro equipaggi: cadranno cavalli e cavalieri; ognuno verrà trafitto dalla spada del proprio fratello. In quel giorno - oracolo del Signore degli eserciti - io ti prenderò, Zorobabele figlio di Sealti è il mio servo, e ti porrò come sigillo, perché io ti ho eletto, dice il Signore degli eserciti”. La costruzione del Tempio terminò il giorno tre del mese di Adar nell’anno sesto del regno di re Dario. I Giudei allora celebrarono la consacrazione del Tempio offrendo cento tori, duecento arieti, quattrocento agnelli; inoltre dodici capri come sacrifici espiatori per tutto Israele, secondo il numero delle sue tribù.
Abacuc (600 a.C.) è autore di una profezia presente nella Bibbia: il Libro di Abacuc, nei primi due capitoli predice la conquista di Israele. Dice il profeta Abacuc che è un popolo che fa della sua volontà la fonte del diritto, quindi ha sempre ragione, pretende di affermare se stesso in qualunque occasione, tanto che l’empio ingoia il giusto. Di fronte a questa situazione il profeta si ribella. «Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: Violenza! E non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese» (Ab 1, 2-3).
Esistono addirittura due Ababcuc, e il secondo sarebbe stato afferrato per i capelli da un Angelo e portato dalla Giudea in Babilonia, sull’orlo della fossa dei leoni dove era stato gettato il profeta Daniele. Ababcuc portò a Daniele il cibo che aveva preparato per i mietitori e fu subito dopo trasportato dall’Angelo in Giudea. Perché furono scelti proprio loro due per ornare la volta della cappella quadrata insieme all’altra coppia di profeti minori non più visibile e identificabile[4]?

PRESENZA TEMPLARE ALLA ROTONDA DI MONTESIEPI
All’ingresso della Rotonda, è presente una lapide recante un’iscrizione in latino, accompagnata da una croce patente il cui braccio inferiore è provvisto di punta quasi fosse una punta di una spada da infilare nel terreno. La croce patente a otto punte era uno dei simboli adottati dai Cavalieri Templari. Una croce simile si trova dipinta in rosso al lato opposto accanto a una conchiglia scolpita. La conchiglia dapprima simbolo specifico di avvenuto pellegrinaggio a Santiago di Compostela, è poi divenuta simbolo generico di pellegrinaggio, anche in terra Santa. I pellegrini usavano bere da una conchiglia, divenuta il loro simbolo, e anche un simbolo templare. In quel periodo i Cavalieri del Tempio mantenevano ancora un controllo di tipo militare delle strade con lo scopo dichiarato di proteggere i pellegrini specie sulla via che conduceva verso occidente a Compostela.
                        
Figura 4. Montesiepi - iscrizioni e croci templari
La lastra di marmo o lapide, cementata in tempo recente all’ingresso della Cappella, proviene certamente dalle sue vicinanze o, al più, dalla sottostante Abbazia. La lapide è una piccola lastra di circa 35x20 cm, recante quattro linee incise in caratteri gotici e, in basso come firma una piccola croce a otto punte con braccio inferiore fittile. La croce a otto punte di tipo fittile è riscontrabile presso i principali Ordini cavallereschi, ma data la vicinanza della Rotonda con un possedimento templare è lecito supporre che essa provenga dalla “Mansio Templi de Fruosina”. La lapide è situata a sinistra di chi entra nella Rotonda, cementata nel pavimento. Il testo:“Quisquis ades qui morte / Cades me respice petram / Quam cum morieris / Capiti substratam habebis. È  stato così interpretato: “Chiunque tu (sia che qui) entri che per morte / Cadrai, guarda me, la pietra / La quale quando morrai / Posta sotto la testa avrai.
La pietra invoca l’esperienza della morte anticipata come condizione. A Quale morte accennano i versi? L’iniziazione misterica in passato corrispondeva alla morte dell’uomo vecchio e alla nascita dell’uomo nuovo. Anche nel rituale benedettino e cistercense, l’ingresso ai “voti” solenni è celebrato attraverso un’importantissima simulazione della morte e della sepoltura del vecchio corpo e una resurrezione a nuova vita. Si è formulata l’ipotesi che tale pietra fosse stata posta in corrispondenza alla presunta tomba di Galgano, cioè proprio in prossimità della spada, e fosse servita come reale poggiatesta dell’iniziando che, in tal modo, contemplava interiormente il soffitto della cupola?
Secondo gli esperti, la lastra, cementata all’ingresso della Cappella, proviene certamente dalle sue vicinanze o, forse dalla sottostante Abbazia di San Galgano. Secondo altri si tratterebbe di una lapide proveniente dalla Sala Capitolare dell'Abbazia, su cui si poneva in occasione della veglia funebre la testa del monaco deceduto.
L’Ordine del Tempio occupava una magione a Frosini, a pochi chilometri di distanza da Chiusdino. Vi sono tracce di simboli templari su alcune delle pietre della grande abbazia cistercense di San Galgano. La città di Siena ha da sempre rivestito un ruolo importante per i Cavalieri Templari. Lo stemma della città di Siena è uno scudo diviso in due parti, l’inferiore nera e la superiore bianca. Questo emblema è detto la “Balzana”. Lo stemma templare, il cosiddetto Beauceant, aveva una forma simile, e non manca chi ha sottolineato l’assonanza linguistica tra le due parole.
Circa l’epoca in cui i Templari si stabilirono nella zona di Siena, non abbiamo notizie certe, sappiamo però che nel 1148 possedevano già una casa a Siena presso Porta Camollia: tra gli insediamenti templari in Italia questo è da annoverarsi tra i primi, essendo preceduto solo da Messina (1131), Milano (1134) e Roma (1138). Tra i loro possedimenti in provincia di Siena si ha notizia di una “mansio Templi de Fruosina”, situata in località Valloria nella valle del Feccia, affluente del Merse, posta circa 2 km a sud di Frosini. L'Abbazia di S. Galgano era proprietaria di terreni limitrofi e dal 1269 ne acquistò diverse volte direttamente dai Templari di Frosini.
Su di una roccia che domina la strada che da sud sale verso Siena, si erge il Castello di Frosini, che ancora conserva tra le sue mura ornate di merli ghibellini (come Chiusdino, patria di Galgano, Luriano e Monticiano, anche Frosini, feudo delle famiglie dei Pannocchieschi e dei Gherardeschi, era ghibellina). Appena fuori del Castello di Frosini vi era la chiesa di S. Michele Arcangelo, tuttora esistente. Oltre ad una croce rossa dipinta nell’eremo di Montesiepi, ci sono anche testimonianze dei Cavalieri del Tempio a Frosini e a San Galgano con la presenza di ben due “triplici cinte”. La presenza di coci di tipo gigliato L’esistenza di sigilli templari indicanti un cavaliere orante davanti ad una spada conficcata su un monte[5].
I Templari, ancora presenti e autonomi nella loro magione, li troviamo durante tutto il XIII secolo citati nelle carte dell’Abbazia di San Galgano (dette Caleffi) perché vicini, confinanti e adiacenti di tutte le loro proprietà in Frosini. La Magione era ancora presente nel 1302-1304 quando per il suo ruolo di difesa dei pellegrini e caposaldo dell’ordine, veniva dal Vescovo di Volterra esonerata dalle decime. Dopo il 1312, quando ormai l’Ordine dei Templari era stato abolito, della Magione poco si sa, sennonché anch’essa finì tra i possedimenti dei monaci cistercensi.
Anche Galgano é stato decapitato quando é avvenuta la dispersione delle sue spoglie e, infatti, la reliquia più significativa é proprio la Sacra Testa del santo. È singolare che delle reliquie del santo, che sarebbero andate disperse dopo la caduta della Repubblica di Siena, sia rimasta soltanto la testa, come se questa fosse stata oggetto di una particolare venerazione e perciò più meritevole di essere posta in salvo rispetto al resto del corpo. Dove sono finite le spoglie di Galgano? Oggi si può ancora osservare la reliquia della Sacra Testa, di cui é nota buona parte del viaggio da Montesiepi a Siena e ritorno. E’ una reliquia sicuramente inquietante, un teschio ornato di capelli ingialliti, appena percettibile dietro il vetro opaco del reliquiario che lo contiene. Per oltre quattrocento anni, ha dimorato a Siena nella chiesetta detta del Santuccio, dopo essere stata portata via dall’abbazia intorno al 1500. Dal 1977 la Testa è ritornata a Chiusdino. In particolari occasioni è ancora esposta nella Rotonda, mentre abitualmente é visibile nella Pieve di San Michele a Chiusdino.
Nella testa, è posta la sede dell’anima, questa, mediante il cervello, dona coscienza al corpo e, attraverso il cuore, trasmette la vita al fisico. In latino la parola “testa” significava prima “vaso di terracotta”, poi “conchiglia” e infine “cranio”, immagini comunque rappresentative di un recipiente. Amoroso grembo materno, incarnato anche da Maria Vergine come “vaso spirituale”, “vaso dell’onore”, “vaso insigne di devozione”, secondo le espressioni utilizzate nelle Litanie. Nella simbologia alchemica il cranio era simbolo del vaso di trasformazione.
I Templari avevano una particolare venerazione per le teste in particolare quella di San Giovanni Battista. Nella cattedrale gotica di Amiens si trova il teschio di Giovanni Battista. Nella Cattedrale gotica di Troyes, si trova la testa di San Bernardo di Chiaravalle, il sostenitore dell’Ordine dei Templari.
La testa mozzata o separata dal corpo è un motivo dell’esoterismo templare e si trova rappresentata o custodita nelle cattedrali gotiche. I Templi gotici hanno spesso dei riferimenti a una testa mistica, staccata di netto dal busto come ad esempio a St. Denis, la testa del santo. Anziché la figura di San Giovanni Battista decollato, sul lato destro del Portale Nord della cattedrale di Notre-Dame di Reims è raffigurato San Nicosia (Nicaise) decollato, in quella di Notre-Dame di Parigi è raffigurato San Dionigi e in entrambe le sculture, al posto della testa due angeli pongono una corona.
Nel racconto gallese di Peredur, nella sala in cui supera la prova dell’anello, due uomini portano una lancia gigantesca dalla quale calano tre rivoli di sangue. Entrano quindi due giovani che recano un vassoio sul quale è posta una testa mozzata immersa nel sangue. Chrétien de Troyes mascherò il mistero testa grondante di sangue su un vassoio sostituendola con una coppa d’oro seguita dal vassoio[6]. A questo punto è rimarcata all’eroe la colpa di non porre la domanda, cioè di essere incapace di chiedere/comprendere il significato di tale apparizione. Quest’accusa è fatta anche a vari cavalieri del ciclo di Re Artù. Se Perendur avesse domandato di chi fosse la testa, e come ciò lo riguardasse, avrebbe saputo come sciogliere l’incantesimo della “terra desolata”. Nell’elenco delle accuse dell’Inquisizione contro i Templari è scritto che essi affermavano che: “La testa poteva salvarli, che faceva germogliare la terra e fiorire gli alberi e produrre ricchezze”. Queste proprietà coincidono con quelle attribuite dai romanzi del Graal.
Gli elementi che fanno supporre la presenza templare accanto a quella cistercense sono:
1)      La presenza dei Templari nel contado di Frosini, a pochi chilometri da Montesiepi, in una zona in cui anche i monaci di Galgano avevano possedimenti fin dai primi anni di fondazione della Rotonda;
2)      Il ritrovamento di una croce di tipo templare su di una lastra di marmo, ora murata presso la soglia d’ingresso della Cappella;
3)      La croce patente dipinta in rosso accanto a una conchiglia scolpita;
4)      La spada infissa nella roccia;
5)      La Testa di Galgano separata dal corpo;
6)      La presenza di simboli templari nella vicina abbazia cistercense di San Galgano.


[1] Sui salienti dei muri diaframma della cattedrale di Modena si susseguono, quattro per parte, una serie di lastre scolpite dai soggetti apparentemente misteriosi, creature favolose. L’arco cronologico considerato per la realizzazione delle metope va dal 1110 – 1115 alla metà del XII secolo. http://www.unesco.modena.it/it/organizza-la-tua-visita/link-cattedrale/metope
[2] Ricordiamo che l’Etneo, cioè Efesto da cui si rifugiò Artù è al pari di Prometeo e Iacco un Kabiro.
[3] Maurizio Calì presidente dell’associazione culturale medievale. Enigma Galgano.
[4] http://enigmagalgano.blogspot.it/2007/07/parte-quinta.html
[5] http://www.simmetria.org/simmetrianew/associazione/gatti-simmetrici/1-gatti-simmetrici/comment/69-lupin.html?tm
[6] La storia celtica del Graal è di Peredur, un racconto gallese della fine del XII o dell’inizio del XIII secolo nel cosiddetto Libro Bianco di Rydderch. Oggi s’ipotizza che sia Chrétien de Troyes, e sia l’autore gallese utilizzarono la stessa fonte per scrivere i loro romanzi. Perceval di Chrétien de Troyes era anch’egli gallese.
ABBAZIA DI SAN GALGANO
 
L’abbazia rispetta perfettamente i canoni della abbazie cistercensi, è perfettamente orientata, cioè ha l’abside volta ad est; si pensa che la parte orientale sia stata realizzata da Donnus Johannes mentre la parte occidentale da frate Ugolino di Maffeo, documentato nel 1275.  Una testa barbuta scolpita all’interno dell’abbazia su un capitello posto sul pilastro a sinistra della prima campata potrebbe rappresentare il monaco e Maestro d’Opera Ugolino.
 
Figura 1. San Galgano  probale rapresentazione di  Ugolino di Maffeo
 
 
La peste del 1348 colpì duramente la comunità monastica che viveva nella chiesa di San Galgano e questo segnò il progressivo declino dell’abbazia, che venne abbandonata. A fine ‘500 la chiesa fu privata della sua copertura in piombo, nel 1781 le parti rimanenti della copertura crollarono e infine nel 1786 un fulmine abbatté anche il campanile dell’abbazia di San Galgano! Da allora la chiesa è senza tetto e senza torre campanaria! Nel 1789, infine, la chiesa venne sconsacrata e fu del tutto abbandonata divenendo così un'enorme cava di pietre e colonne per i paesi della zona.
 
Figura 2. Abbazia di San Galgano
 
 
   
 
L’abbazia di San Galgano fu realizzata in uno stile che potremmo definire il primo gotico italiano. Ha una pianta a croce latina (70x21 m). I resti che oggi si possono osservare danno un’idea della grandiosità che doveva avere l’edificio quando fu costruito. È rimasta ben conservata l’aula capitolare e un’ampia sala accanto ad essa dove oggi è posta la biglietteria. La chiesa, a pianta a croce latina è suddivisa in tre navate da una coppia di otto  pilastri cruciformi 2x8=16, con quattro colonne incastrate ad un terzo. La coppia di otto colonne ripropone il numero otto. La larghezza della navata centrale è il doppio della laterale con rapporto 2:1. Le arcate sono tutte a sesto acuto con doppio archivolto. Alta e risplendente per la prevalenza della pietra bianca di rivestimento, appare la navata mediana priva delle volte gotiche crollate e quindi completamente invasa dalla luce.

 
Il lato ovest, l’ingresso nell’abazia presenta due grandi monofore, per indicare che la nave (navata nella chiesa), naviga nell’oceano della dualità.

 
Figura 3.  San Galgano facciata Ovest

 
                                                 
 
Le tre porte d’ingresso alle navate sono contornate da un arco realizzato con 12 coppie di pietre bianche e nere.
 
La facciata Est dove è posta l’abside rettangolare, presenta 3+3=6 monofore sormontate da una grande apertura circolare che ospitava un grande rosone del cui motivo non è rimasta alcuna traccia. Sei è il numero perfetto che è riproposto nella chiesa con il doppio triangolo. Sette 6+1=7 in tutto. Un oculo, cioè un’apertura circolare, è posto nella sezione triangolare che appartiene al tetto. Sommando le aperture abbiamo 3+3+1+1=8, nuovamente il numero tanto caro ai Cavalieri del Tempio.

 
Figura 4.  San Galgano facciata Est

 
Il giorno dell’Equinozio di primavera, il Sole filtra attraverso la finestra centrale, tocca l’antico altare e va ad illuminare il portale d’entrata posto sulla facciata ovest. Per pochi minuti tutta la parte anteriore dell’Abbazia si riflette, in perfetto allineamento, sulla parte posteriore ricreando le stesse identiche suddivisioni strutturali.
Il Maestro d’Opera determina la larghezza della navata e il suo modulo geometrico, che è individuato dai quattro pilastri della Crociera. La geometria sacra è interessata alla proporzione delle parti, cioè a quei rapporti che trascendono i calcoli comuni perché impliciti nelle forme e nei modelli geometrico costruttivi. Nasce il concetto di Modulo quale unità direttiva di base, definito dal rapporto di due o più numeri espressi e applicati mediante le figure geometriche proporzionate. Unendo i quattro punti trovati dall’intersezione della croce cardinale con il Cerchio Originale o Primitivo, si ottiene la figura di un quadrato definito il “Quadrato del Cielo”. Il primo Quadrato in Cielo dà l’orientamento fisso, la volontà del Cielo. Il passo successivo è quello di stabilire il “Quadrato della Terra, si parte dal Cerchio Originale, che determina, dai suoi angoli, la posizione dei 4 pilastri del transetto, si determina un secondo Quadrato ruotato di 45° rispetto al primo. Il Quadrato della Terra è l’incarnazione del principio celeste.
 
Figura 5. Modulo sacro geometrico
 
 
Questa particolarità consente al Quadrato del Cielo della cattedrale (i cui vertici sono i quattro punti cardinali) di quasi sovrapporsi al Quadrato della Terra (imposto dalla direzione della navata delimitato dai quattro pilastri del transetto). In realtà il modulo non è mai un quadrato perfetto ma un quadrato oblungo. Il rapporto tra larghezze del transetto e della navata, cioè il modulo geometrico è 3/4 , il rapporto di corda della nota FA. La scelta di questo rapporto è legata al significato dei due numeri 3 e 4 e al loro doppio ai numeri 6 e 8, l’esagono e l’ottagono. Otto sono le coppie di pilastri della navata. La lunghezza della navata è determinata.
 
Figura 6. Geometria sacra planimetria Abbazia di San Galgano
 
La navata principale è determinata con sei moduli, il settimo e quello del transetto, l’ottavo riferito all’abside è disposto trasversalmente in modo da aumentare la profondità dell’abside. La lunghezza dell’abbazia è determinata con 7+1 moduli. Le due navate laterali hanno complessivamente la larghezza di un modulo e singolarmente 1/2 di modulo. Il dimensionamento planimetrico a croce dell’abbazia può essere fatto con il cerchio celeste che racchiude il modulo. Si utilizzano sette cerchi, ma conteggiando anche quello del transetto abbiamo di nuovo il numero otto.
 
Figura